12-Intervento del Prof. Lutfi Guri, per il ventennale del naufragio della "Vlora"
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Intervento
02/08/2011, Bari
Il mio intento oggi, è di presentare alcuni aspetti della provenienza, della storia e della cultura del mio popolo e del mio Paese, l'Albania, che è tanto vicino all’Italia, ma che gli italiani conoscono ancora poco, e anche di presentare aspetti di amicizia e di collaborazione fra le popolazioni dell’Albania e quelle del versante adriatico dell’Italia.
L’Albania, è una terra che è stata attraversata dai legionari romani, dalle forze delle nazioni confinanti, dalle truppe dell’Impero ottomano, da soldati italiani e tedeschi; e che in ogni occasione la mia terra ha saputo difendersi con orgoglio.
Un paese rimasto tagliato fuori dal mondo per quasi cinquant'anni, che cerca oggi di trovare una soluzione ai mille problemi che lo affliggono.
Dopo la seconda guerra mondiale la nazione ha saputo resistere a pressioni del vicino Stato Jugoslavo; da quegli anni ha costruito un comunismo di un tale assurdo rigore da non essere secondo nemmeno a quello cinese.
L’Albania è un paese di grande bellezza naturale ricco di storia, di cultura e di tradizioni, di cui maggiormente parlano gli scrittori antichi, che meritano di essere scoperte studiate e valorizzate anche in Italia.
Antenati degli odierni albanesi, gli Illiri e i bisnonni Pelasgi, sono il popolo più antico della penisola balcanica che si stanziò nell'area occidentale della penisola, compreso il territorio greco sin dalla preistoria.
Al suo culmine, l'Illiria si estendeva lungo tutta la parte orientale del Mare Adriatico. Scutari era la capitale.
Inoltre, la penisola stessa, nelle enciclopedie più importanti dell’Europa, almeno fino al diciannovesimo secolo, era identificata come la “penisola d’Illiria”.
“…Per comune consenso dei dotti, l’Albania è considerata se non la culla, sede classica dell’illirismo”.
Enciclopedia italiana, (vol. XVIII, pag. 834)
Gli Storici come Tacito descrive gli illiri come: “Uomini semplici e vigorosi, di tipo meridionale, capelli neri e occhi scuri, molto diversi dai celti e ancor più dai germani.
Gente sobria, temperata, impavida, viveva chiusa in se stessa, isolata tra i suoi monti, senza o con scarsi contatti.
Bravissimi nel lavorare il rame, poco inclini alla vita cittadina, più pastori che agricoltori”, ottimi saldati, e pronti a trasformarsi in intrepidi e fierissimi guerrieri”, e dopo tanti secoli questi caratteri permangono ancor oggi.
Demostene e Strabone ricordano il valore di queste “tigri della guerra”, “barbari”.
Le donne dell'Illiria erano abbastanza uguali in status agli uomini, anche al punto di assumere il potere al vertice di federazioni tribali.
I bisnonni degli albanesi, i Pelasgi, hanno svolto un ruolo di rilievo nelle vicende politiche e culturali dell'antico mondo mediterraneo, e i Greci impararono dai Pelasgi non soltanto l’arte della lavorazione dei metalli e la costruzione delle mura, ma anche il modo di scrivere e la cultura”. Plinio, “Storia naturale”, vol. III, pag. 102; 110)
I legami di sangue, esistenti tra gli Illiri e gli Italici risalgono agli inizi dell’Età del Ferro; e fra le popolazioni dell’Albania e quelle del versante adriatico dell’Italia vi erano strette affinità ed esistevano anche rapporti commerciali*, inaugurando così una tradizione d’amicizia che conobbe i suoi giorni più belli nel XV secolo, all’epoca della resistenza albanese contro gli ottomani, e altrettanto nella collaborazione tra Skanderbeg* e Alfonso V, Re di Napoli.
...*Il commercio per mare, tra le due sponde dell’Adriatico, è praticato sin dall’epoca neolitica.
Grazie ai velocissimi lembi, gli illiri impiegavano solo poche ore ad attraversare il braccio di mare che divideva l’Albania dall’Italia, con risultati soddisfacenti per i commercianti dell’epoca”. Professor A. Jatta.) “La Puglia preistorica”
Da Plinio sappiamo anche dell’esistenza di una colonia illirica tra Ancona e Rimini con capoluogo amministrativo di Trento, unica colonia fondata dalla tribù illirica dei Liburni
in Italia. (Plinio - Istoria naturali, III, pag.102; pag.110.)
Non è meno importante l'affermazione dell'altro storico italiano Ettore Pais:
“I più antichi popoli delle coste orientali d'Italia sono giunti dall'Illiria.”.
Molti illiro-albanesi accettarono, in seguito, di collaborare con Roma, accedendo anche a cariche importanti, fino a quella di Imperatore.
Tra questi Diocleziano (284-305) che salvò l’impero dalla disintegrazione introducendo delle riforme istituzionali;
Costantino I il Grande (324-337) che tollerò il cristianesimo e trasferì la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio, che chiamò Costantinopoli;
Anastasio I, (495-518), era nato a Durazzo da una famiglia principesca albanese, e albanese era anche la famiglia di
Giustiniano il Grande (527-565) che organizzò il diritto romano; l’imperatore Alessio I Comneno (1100 d.C.), ed altri come: Traiano Decio, Aureliano, Massimiano, Graziano e Costantino.
Nella logica dell'Impero Romano, l'Albania significava la comunicazione con la penisola balcanica, con la Macedonia, e le altre regioni danubiane e orientali, insomma la via più breve, commerciale e militare, verso il Danubio e il Bosforo.
Forse anche per le condizioni geografiche, perché proprio nell'odierna Albania, presso Scutari, erano i confini tra Roma e Bisanzio.
In un certo senso, l'Albania era necessaria a Roma anche per una futura strada: la Via Egnatia, (probabilmente seguì il tracciato di una pista commerciale più antica), che, partendo con due bracci da Durazzo e da Apollonia, si congiungeva a Clodiana e quindi, passando per Lychnidus (Ocrida), attraversava la Macedonia e terminava a Tessalònica, di qui, nell'IVsec. d.C. la strada fu prolungata fino a Costantinopoli.
I Romani, giunsero in Illiria nel II secolo a.C. e gradatamente si spinsero verso l’interno, portando in Albania la sua organizzazione sociale stabile, basata sulla rete delle strade e sulla catena di città e castelli schierati lungo le linee di comunicazione.
Aumentano la prosperità economica, il commercio e l'agricoltura; cosi ricchi romani come Attico, l'amico di Cicerone, possiedono fattorie e terreni nelle zone più amene presso Butrinto.
Sono di questa epoca le famose costruzioni d’Apollonia* e di Dyrrachium (rimasta celebre per il suo anfiteatro, che per dimensioni e tecnica è comparabile agli anfiteatri romani più noti).
*Nel I secolo a.C. Giulio Cesare usò la città di Apollonia come fortezza contro Pompeo e come compenso per il supporto Cesare, ad Apollonia fu concesso lo status di città "libera e intoccabile". una certa autonomia, caso unico all’interno dell’Impero Romano.
Nello stesso tempo Ottaviano Augusto (il nipote di Giulio Cesare, e il primo imperatore romano) e Agrippa (re di Giudea) venne a studiare alla famosa scuola di Apollonia, per intraprendere gli studi accademici e l’arte della guerra.
Antiche città come Dyrrachium, Apollonia, Buthroton e Fenic (Finiqi), sono state la testimonianza concreta del rapporto tra illiri e romani e tra Italia e Albania.
Durazzo, fondata nel 627 a.C. divenne lo scalo più importante della costa di fronte a Brindisi, è anche il punto di partenza della via Egnatia, che è quasi una continuazione della via Appia (Roma-Brindisi), che la univa a Salonicco e a Bisànzio.
Da Dyrrachium partiva anche un'altra via, diretta verso Sud, che da Apollonia, Aulona (Vlora), Oricum e la regione della Chimara (Himara), giungeva a Buthrotum (Butrinti).
Il nome antico era Epidamnus, mentre con il nome di Dyrrachium fece parte dell'Impero Romano dal 229 a.C.
Il famoso oratore romano, Cicerone chiamò Durazzo una "ammirevole città, mentre il poeta Catullo la definì la "Taverna dell'Adriatico".
La città di Durazzo ospita un museo nel quale sono esposti reperti di epoca greca, romana, e della cultura Bizantina.
L’anfiteatro di Durazzo fu costruito nel II secolo d.C. quando Durazzo era colonia romana.
Con un diametro di 130 metri ed una capienza di 15.000 spettatori può essere paragonato all'anfiteatro di Pompei.
Nel 48 a.C. Durazzo, fu teatro della lotta tra Giulio Cesare e Pompeo.
Apollonia, che è fondata nell’anno 588 a.C, è una delle trenta antiche città dedicate al Dio.
Luogo molto frequentato dall'aristocrazia romana per il clima particolarmente mite.
Nel I secoli a.C. Giulio Cesare usò questa cittadella come fortezza contro Pompeo e come compenso per il supporto Cesare, ad Apollonia fu concesso lo status di città "libera e intoccabile", una certa autonomia, caso unico all’interno dell’Impero Romano.
Cicerone, la descrisse come "magna urbs et gravis" (una grande e importante città).
Nello stesso tempo Ottaviano Augusto (il nipote di Giulio Cesare, e il primo imperatore romano) e Agrippa (re di Giudea) venne a studiare alla famosa scuola d’Apollonia, per intraprendere gli studi accademici e l’arte della guerra.
Fu qui che appresero la notizia dell'assassinio di Giulio Cesare.
Nel II secolo a.C. Apollonia aveva una popolazione di 55.000 abitanti.
E' stato un centro culturale, dove l'arte, l'architettura e la scultura fiorirono e prosperarono.
Butrinto, fondata nel VI secolo a.C., è una delle città più interessanti dell’Albania, ricca di straordinarie testimonianze storiche, e anche l’ultimo e unico porto classico del Mediterraneo rimasto ancora intatto.
Dalle ricerche archeologiche risulta che sia stata l’antica capitale del popolo illirico.
Il mito più famoso relativo alla fondazione della città di Butrinto si trova nell’Eneide di Virgilio (III libro), quando si parla dell’arrivo a Butrinto di Enea (figlio di Priamo) dove incontra Andromaca (vedova di Ettore) e che avrebbe fondato Buthrotum con l'aiuto di un nutrito gruppo di profughi Troiani.
Invece, la storia ci afferma che Butrinto fu fondata nel VI secolo a. C.
All’eccezionale rilevanza del parco archeologico di Butrinto, dichiarato nel 1992 “Patrimonio dell’Umanità” da parte dell’UNESCO.
Nel 168 a.C., conquistata dai Romani fu luogo di villeggiatura per i patrizi che costruirono fattorie e ville.
Nel 1279 venne in mano agli Angioini, poi a Filippo di Taranto e infine nel 1386 fu presa da Venezia.
Gli scavi, effettuati da una missione archeologica italiana, guidata dal professor Ugolini, hanno portato alla luce reperti romani, greci, bizantini e veneziani.
Il monumento più importante è il Teatro (con la cavea illiro, e la scena d’epoca romana), che si ritiene del III sec. a.C., che per la sua costruzione furono impiegati 500 schiavi, che ottennero la libertà a lavoro finito.
Phenike (Finiqi),
è, dopo Butrinto, il centro archeologico più importante dell’Albania, dove si trova una delle più vaste e formidabili acropoli del mondo classico, essendo lunghi almeno 1.5 km. (quindi tre volte quella di Atene), la base della collina è lunga circa 8 km. larghi al massimo 0.4 km.)
Polibo la definì la città migliore fortificata dell’Epiro.
In pochi sanno
che la lingua albanese è tra le più antiche lingue di origine indoeuropea, come riconobbero il filologo tedesco Franz Bopp nel 1854, Gustav Meyer, nel 1890, dal linguista danese Holger Pedersen e dall'austriaco Norbert Jokl, e che il greco antico e il latino sono più giovani della lingua antica albanese.
Al tempo di Gesù Cristo la lingua predominante parlata in tutta l’impero Romana era la lingua Pellazgha, o la lingua antica illirica.
Il Latino, il Greco e il Sanscrito, erano lingue letterarie.
A proposito di questo, filologo francese A.H.Sayce nel suo libro “Principes de Philologie Comparè” (Par
"…Il Sanscrito è essenzialmente una lingua degli scienziati, la quale non sì è mai parlata, come ci dimostrano anche i documenti.
Questa lingua oggi serve essenzialmente ai preti e ai letterati... ”.
La spiegazione che vogliamo dare trova conferma nella lingua latina.
In realtà, il latino è stato una lingua parlata più generalmente e più frequentemente, diversamente dalla lingua greca che aveva solo una forma, quella classica.
Invece il latino parlato dal popolo ha avuto due forme: una classica o scientifica, e una popolare con la sintassi più semplice, il latino parlato dal popolo, che era parlato dalle legioni romane e da questo contatto sono nate nel tempo le lingue romaniche o neolatine, cioè l’italiano, spagnolo e il loro diverso dialetto.
Gli Albanesi, come affermano Hahn, T. Mommsen e Schneider, “sono i discendenti diretti dei Pelasgi, antenati dei Greci e dei Romani; e la loro lingua, che si è conservata quasi intatta è la lingua albanese d’oggi”.
Zacharie Mayani, docente all’Università di Sorbona a Parigi, negli anni ‘70 ha pubblicato tre grossi volumi: “Les Etrusques Commencent a Parler”, “Les Etrusques Parlent” e “La Fin Du Mystère Etrousque”; per sostenere che: “la lingua etrusca si può interpretare solo attraverso la lingua albanese odierna”.
Nermin Vlora Falaski, la scrittrice albanese, nel suo libro "Patrimonio linguistico e genetico", ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con la lingua odierna Albanese, il che confermerebbe che “gli Albanesi (discendenti degli Illiri), siano gli odierni discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolarono l’Europa”.
In Toscana si trova un’antichissima città, fondata dagli etruschi, che si chiama Cortona, che in Albanese voldire: Cor-tona, Cor=raccolti, Tona=nostri, cioè “i nostri raccolti”
La storia, è testimone di un binomio stabile d’interessi tra i due paesi, e i vincoli tra l'Italia e l'Albania non trovavano la loro necessità soltanto nei rapporti economici e culturali.
Roma e Venezia, hanno contribuito, traendo anche molti benefici dallo sviluppo economico e culturale dell’Illiria.
Alla fine del IV secolo, le regioni illiriche del sud furono incorporate nell’impero d’Oriente (bizantino), poi per tutto il V secolo, dopo la caduta dell'impero romano, i territori degli Illiri sono stati sottoposti a ripetute invasioni straniere dei Visigoti, degli Unni e degli Ostrogoti.
L'Impero d'Oriente dovette lottare contro i Serbi, i Bulgari e gli stati normanno-italiani, che occuparono per breve tempo Durazzo e Valona.
Anche dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, l'Albania continuò ad appartenere all'Impero d'Oriente cui era stata assegnata fin dalla tetrarchia di Diocleziano; anzi uno dei primi imperatori d'Oriente, Anastasio I (495-518), era nato a Durazzo, da famiglia principesca albanese, albanese era anche la famiglia di Giustiniano il Grande.
La crisi, provocata dalle popolazioni barbare*, che divise l’impero romano, (nel terzo secolo d.C.), in due parti, in occidentale e in orientale (bizantino), operata da Diocleziano, imperatore d’origine albanese, obbligò Roma a rinforzare la sua armata, che ebbe un ruolo sempre più importante nella vita politica.
Fu da questa nuova situazione che un buon numero di generali illirici come Decio, Claudio Aureliano, Diocleziano (imperatore d’origine albanese), e Costantino si misero alla testa dell’armata e dell’impero.
Dopo la suddivisione definitiva dell'Impero romano in parte orientale e parte occidentale, la regione chiamata oggi Albania e allora, invece, distinta in Praevalitana ed Epirus nova, fino a sud del golfo di Valona, passò alle dipendenze di Bisanzio, mentre la Dalmazia, dalle bocche di Cattaro in su, rimaneva all'Occidente.
L’Albania (il vecchio Illyricum), è stato invaso dalle varie tribù barbare, quali i Goti, gli Avari e gli Slavi, che rimasero 150 anni in Albania.
Nel corso della seconda metà del VI secolo la situazione si aggravò con la comparsa degli Avari che, avendo varcato il Danubio nel 568, inflissero all’armata bizantina una grave disfatta.
All’inizio i barbari non si stabilirono nelle province illiriche, ma dopo il 582 presero possesso di quelle terre e gli slavi s’insediavano all’interno delle frontiere dell’impero, invece, gli Illiri e i Romani s’istallarono nelle cittadelle costiere, nelle isole dalmate o sulle montagne.
L’indebolimento dell’Impero d’Oriente sotto il regno dei Basileus Foca (602-610) aprì ancora di più le porte dell’Iliria alle invasioni slave e barbare perché da quel momento gli Slavi ebbero libero acceso alle coste dalmate.
L’avanzata slava cacciò da queste regioni l’amministrazione provinciale imperiale mentre le guarnigioni militari bizantine si ritiravano in Tracia.
Intorno al VI secolo, un’ondata di Slavi e Macedoni (infatti "jugoslavi" vengono dall'albanese e significa slavi del sud), che occupò la parte settentrionale del territorio illirico.
Nella penisola balcanica gli albanesi riuscirono a mantenersi intatti.
Le province illiriche conservarono nel corso dei primi decenni del VI secolo numerosi tratti delle società antiche. Il paese era molto popolato. Si calcola che nelle province vivevano circa tre milioni di abitanti, a fronte dei sette milioni di abitanti di tutta la penisola balcanica.
Nell'Illiria del sud, le terre albanesi odierne, la popolazione autoctona riuscì a conservare una relativa identità etnica, ma il loro territorio originale si restrinse a una piccola estensione soggetta alle varie occupazioni Slave, Bulgare e Serbe, attraverso il Medio Evo.
Nel mille, ha inizio l'espansione economica di Venezia, e anche l’espansione militare Normanna (di Amalfi).
Venezia e il re di Napoli (Amalfi) tendevano a mantener possesso della costa orientale dell'Adriatico e del canale d’Otranto necessario per ragioni di commercio con l'Oriente e per ragioni militari di difesa.
Gli amalfitani giunsero a fondare una piccola signoria a Durazzo, i Veneziani a stabilire municipalità a Scutari e ad Alessio, d'altra parte, si avanzavano i Normanni.
Poi la potenza d'Amalfi tramontò, ma i successori, i Normanni, ne continuarono la politica con mire ben più vaste, non più economiche e commerciali, ma squisitamente politiche.
Cominciarono allora lotte normanno-bizantine per il dominio sull'Albania.
Periodo Italo- Albanese, si disegnò quando l'Albania cominciò a subire il dominio diretto di Venezia e del regno svevo-angioino di Napoli, e si finì alla fine del Quattrocento.
Venezia e il re di Napoli (Amalfi) tendevano a mantener possesso della costa orientale dell'Adriatico e del canale d’Otranto necessario per ragioni di commercio con l'Oriente e per ragioni militari di difesa.
Nel 1080, Roberto, Duca di Puglia, iniziò l'espansione militare normanna in Oriente e fece il primo tentativo di soggiogare l'Impero Bizantino.
Nel 1081, il Giuscardo ordinò al figlio Boemondo di occupare Valona; poi egli stesso, nel maggio del 1081, occupò Corfù e assediò Durazzo. Il dominio di Guiscardo si estese alla fine a Kastoria, Giannina e Skopje.
Così tutta la provincia, arresasi nel febbraio 1082, e anche Durazzo cadde nelle sue mani. Intanto Boemondo batteva i Bizantini a Giannina e ad Arta. In breve, i Normanni furono padroni dell'Albania, della Tessaglia e di una parte della Macedonia.
Nel 1083, i Bizantini e i Veneziani, loro alleati, vennero alla riscossa, riconquistarono la Tessàglia e la Macedonia e si spinsero fino a Durazzo, che tornò in loro potere.
L'anno successivo il Guiscardo riunì una flotta di 150 navi, da Valona si spinse verso Corfu', sconfisse la flotta bizantino-veneziana e occupò l'isola.
Ma là il 17 luglio 1085, lo colse la morte, e si concluse la prima importante spedizione dei Normanni nei Balcani.
La seconda grande spedizione dei Normanni nei Balcani iniziò nel 1185. E questa volta non si trattò dell'invio di flotte agguerrite, ma di un tentativo grandioso: circa 300 vascelli, ottantamila uomini con cinquemila cavalieri e un corpo d'irregolari senza soldo ai quali erano stati promessi i saccheggi.
Il secolo XI, doveva segnare un momento decisivo nella storia dell’Albania. Venezia e il re di Napoli (Amalfi) tendevano a mantener possesso della costa orientale dell'Adriatico e del canale d’Otranto necessario per ragioni di commercio con l'Oriente e per ragioni militari di difesa.
Gli amalfitani, giunsero a fondare una piccola signoria a Durazzo, i Veneziani a stabilire municipalità a Scutari e ad Alessio, d'altra parte, si avanzavano i Normanni. Cominciarono allora le lotte normanno-bizantine per il dominio sull'Albania.
Fu da questa nuova situazione che un buon numero d’Imperatori e generali illirici si misero alla testa dell’armata e dell’impero.
Nel XIII secolo, Venezia occupò Durazzo e Corfù, e gli Svevi di Napoli conquistarono l'Albania meridionale. Il dominio degli Svevi di Napoli, seguito da quello degli Angioini, durò in Albania un secolo intero, incominciando con Manfredi*, Re di Napoli, che nel 1259 aveva preso per sua seconda moglie Elena Angelo, figlia di Michele Angelo II Comneno (principe dell'Epiro), la quale gli aveva portato in dote, oltre all'isola di Corfù molte città e terre albanesi come Valona, Kanina, Durazzo, Berat, vale a dire quasi tutta l'Albania centrale e meridionale.
Con la morte di Re Manfredi finsce la dominazione sveva a Napoli.
Nel 21 febbraio 1272, Carlo d’Angiò, re di Sicilia, sbarcò in Albania conquistò Corfù e le città albanesi, e nello stesso anno proclamarono a Napoli la formazione di un Regno d’Albania che durò ben poco.
Venezia nel 1392 rientrava in possesso di Durazzo, e nel 1404 di Kruja e Alessio. Nella prima metà d el secolo, Venezia occupava Valona, Butrinto, Parga, Dulcigno e tutta costa da Antivari alle bocche di Cattaro.
Proprio mentre la Serenissima ha così esteso influenza in Albania, un nuovo pericolo per l’Occidente avanza dall'Oriente: il pericolo turco, che nello Xl secolo conquistò l’Asia minore, e nel 1354, passarono in Europa e si stabilirono a Gallipoli, e nel 1360 s’impadronirono di Adrianopoli e la elessero loro capitale.
Da quest’avanzata turca, l’Occidente e tutti i Balcani si trovarono direttamente minacciati.
Nel XIV Secolo, L’Albania, era una zona strategicamente importante, era una terra di confine con il pericoloso impero turco, era un trampolino di lancio verso l’Occidente, era la porta dell’Occidente, e in quel momento storico rappresentava il baluardo della civiltà europea.
*Molti inteletualli, non solo in Italia ma in tutta Europa, hanno mostrato interesse per le gesta di Skanderbeg e del suo popolo. Grazie a Skanderbeg e alle sue imprese s’infranse il sogno turco di arrivare fino a Roma. Basti ricordare i versi di Laverdin, Dyponcent, Pierre de Ronsard e Alphonse de Lamartine
In questo momento, intervenne la gran figura di Giorgio Kastriota Skanderbeg, l'eroe nazionale dell’Albania, e il difensore della cristianità, che unì i principati dell'Epiro e d'Albania e resistette per venticinque anni ai tentativi di conquista dell'Impero turco ottomano.
Iniziano così i famosi venticinque anni di vittorie albanesi che avranno tanta parte nella sopravvivenza dell'Europa cristiana.
I successi militari di Skanderbeg contro i turchi, suscitarono grande interesse ammirazione da parte dello Stato Pontificio, di Venezia e di Napoli che sono stati minacciati dal crescente potere ottomano.
Venezia, all'inizio dell'insurrezione albanese, era favorevole di Scanderbeg considerare le sue forze di essere un cuscinetto tra loro e l'Impero Ottomano.
Invece più tardi, la Repubblica di Venezia, che aveva diverse relazioni commerciali con i Turchi, le imprese di Skanderbeg, è stato visto come una minaccia per gli interessi della Repubblica. Questo ha portato a un peggioramento delle relazioni, tra Venezia e Skanderbeg.
Durante il conflitto, Venezia, ha invitato gli ottomani (il 3 luglio 1448) per attaccare Skanderbeg, provocando un conflitto contemporaneamente da est a doppia faccia per gli albanesi.
I veneziani, hanno cercato ogni mezzo per rovesciare, o provocare la morte di questo "formidabile", anche offrendo una pensione vitalizia di 100 ducati annui.
Invece, l'intensificazione dei rapporti di Skanderbeg con Alfonso di Aragona Re di Napoli, iniziarono nel 1447 quando Skanderbeg entrò in conflitto con Venezia, perche Re di Napoli sono state il principale rivale di Venezia in Adriatico e il suo sogno di un impero era sempre ostacolato.
Nel 1448, Alfonso d'Aragona, impegnato ancora nel consolidamento del proprio potere, nella lotta per la successione al Regno di Napoli contro Roberto III d'Angiò, fu costretto a chiedere l’aiuto di Skanderbeg.
Due anni dopo, nel 1450, un altro distaccamento di truppe albanesi fu inviato a presidiare la Sicilia contro una ribellione d'alcun barone calabrese alleato dei suoi storici nemici.
In quella circostanza sarebbero giunte in Italia tre squadre di soldati albanesi guidano da Demetrio Reres e i suoi due figli, Giorgio e Basilio. Il Magnanimo, in segno d’amicizia e quale ricompensa per tale aiuto, avrebbe offerto a Demetrio il governatorato della Calabria.
In Calabria, i soldati di Reres avrebbero fondato le più antiche colonie albanesi in Italia, tutte dislocate nel territorio dei Catanzaresi come: Carfizzi, Pallagorio Nicola dell'Alto, Marcedusa di Incastro, Castelnuovo.
Nel 1451, dopo che il sultano Murad II fu sconfitto a Kruja, l'Albania era in rovina. Il paese fu minacciato di carestia. Si era a corto di armi e di mezzi per rimettere in sesto le fortezze. In quello stesso periodo Skanderbeg sposò Donika Arianita.
*Scanderbeg mandò i suoi emissari a Napoli, e dopo alcune trattative, i rappresentanti di Scanderbeg, Stephan Vescovo di Kruja e il domenicano Nicola de Berguzzi, firmarono a 26 marzo 1451 il “Trattato di Gaeta”.
Secondo il trattato, Alfonso V d’Aragona, che aspettava a creare un grande impero mediterraneo, s’impegnò a fornire mezzi militari e finanziari per permettergli di proseguire la lotta.
Da parte sua Skanderbeg pressata dalla necessità e sperando di trascinare questo potente regno nella guerra contro gli Ottomani promisero di riconoscersi vassallo d’Alfonso in tutti i territori che avrebbe liberato con l’aiuto delle forze napoletane.
Ma Alfonso non inviò a Skanderbeg che aiuti insignificanti: alcuni Catalani sbarcarono in Albania e non parteciparono per niente ai combattimenti.
Nel 1452, di fronte all’indifferenza di Venezia, alla poca sollecitudine del papa e alle esitazioni d’Alfonso, Skanderbeg dovette così respingere con le sue sole forze le tre spedizioni turche* lanciate contro l’Albania nel 1452-1455.
*Dopo la presa di Costantinopoli, nel maggio 1453, la furia turca divenne inarrestabile. L’Europa fu presa dal panico, mentre Maometto II, il successore di Murat II, (il più sanguinario Sultano della Turchia), non nascondeva il suo disegno di riprendere la campagna contro l’Ungheria e di passare anche in Italia, il cui accesso gli era impedito proprio dallo Skanderbeg.
In questa situazione gli albanesi non potevano rimanere sulla difensiva. Il bisogno di armi si faceva sentire più che mai; furono pertanto invitati alcuni delegati a Napoli, Roma, Venezia e Ragusa per sollecitare un aiuto.
Nel 1453, Skanderbeg effettivò una visita segreta a Napoli e Roma, probabilmente per discutere le nuove condizioni dopo la caduta di Costantinopoli e la progettazione di una nuova crociata che Alfonso avrebbe presentato al Papa Niccolò V, in una riunione del 1453-1454.
Nel dicembre del 1457, il Papa Calisto III, con decreto pontificio, nominò Giorgio Kastrioti “Capitano Generale della Santa Sede” nella resistenza contro i Turchi.
All'inizio del 1457, il nipote di Scanderbeg, e il suo più stretto collaboratore Hamza Castriota, disertato quando ha perso la speranza di successione dopo la nascita del figlio di Skanderbeg di Gjon Kastrioti II .
Nell'estate del 1457, un esercito ottomano numerazione circa 70.000 uomini ha invaso l'Albania con la speranza di distruggere la resistenza albanese una volta per tutte .Questo esercito era guidato da Isak-Beg e Hamza Kastrioti, il comandante che sapeva tutto di tattiche e strategie albanesi.
Dopo provocò danni molto alla campagna, l’esercito ottomano accampato presso la Ujebardha campo (letteralmente tradotto come "acqua bianca"), a metà strada tra Lezhë e Kruje.
Dopo aver evitato il nemico per mesi, con calma dando ai turchi e ai suoi vicini europei l'impressione che egli è stato sconfitto, il 2 settembre Skanderbeg attaccato gli ottomani nei loro accampamenti e li sconfisse.
Questa è stata una delle vittorie più famose di Skanderbeg sugli Ottomani, che ha portato a cinque anni di trattato di pace con il Sultano Mehmed II. Hamza è stato catturato e inviato alla detenzione in Napoli .
Nell’agosto del 1462, Ferdinando, il figlio illegittimo del Re Alfonso, costretto dalle ribellioni dei baroni fedeli alla casa d’Angiò (che reclamava diritti sul suo Regno), chiese aiuto a Skanderbeg, e nel 1464, in segno di riconoscimento per l'aiuto ricevuto da Scanderbeg, concesse al signore albanese i feudi di:
Monte S. Angelo e San Giovanni Rotondo, e fu concesso ai soldati e alle loro famiglie di stanziarsi in altri territori. Sorsero, cosi nuovi insediamenti albanesi in Puglia, precisamente in Capitanata, nell’area di Taranto, e in Molise.
Nel dicembre 1466, la lotta diventava ancor più critica.
Skanderbeg, durante una tregua stabilita da pari a pari con Maometto, da Dubrovnik passò in Puglia, e da qui a Napoli da Ferdinando e a Roma dal Papa (Paolo II), per sollecitare una maggiore compattezza delle forze presenti in Italia, oltre che un contributo in forze e in denaro più consistente.
Ma il papa e il re di Napoli, essendo lontani dal teatro di guerra non stimarono nel giusto valore né la resistenza né la sua portata per l'Europa.
“..ma Paolo II, non ebbe che parole di una notevole ammirazione, il titolo di "Defensor Fidei" e di “Athleta Christi” e tre mila scudi.
… Tre mila scudi al capo della cristianità, mentre Maometto II, per non averlo nemico, avrebbe profuso l’oro a quintali….;”
Così Skanderbeg riparti fortemente deluso dai risultati delle sue visite. Venezia, d'altronde era inaffidabile per la sua politica commerciale che doveva sopravvivere a qualsiasi situazione nazionale e internazionale. Le attese non erano quelle che s’immaginava.
All’inizio di luglio del 1467, l’intero esercito turco al comando del sultano in persona, si diresse verso l’Albania. A Roma, a Napoli, a Milano si temeva che il sultano non avesse come mira solo l’Albania, ma anche l’Occidente. E fu solo allora che gli Stati italiani presero realmente coscienza dell’importanza del baluardo albanese.
I Turchi penetrarono in Albania per la via abituale, l’antica via Egnatia, il solo tracciato carrozzabile esistente nel Medio Evo nel paese. Il sultano alla testa del grosso dell’esercito arrivò alla capitale dell’Albania e Kruja fu assediata per la terza volta.
Ma nel giro di tre settimane di sforzi vani il conquistatore di Costantinopoli abbandonò il campo di battaglia e poco dopo Skanderbeg liberava ancora una volta la capitale.
Nonostante le sconfitte che non aveva cessato di subire per venticinque anni, il nemico rimaneva sempre alle porte dell’Albania.
Per riformarsi di nuovi mezzi Skanderbeg decisi di far appello al paese, in particolare ai signori rimasti in disparte nella lotta. A questo fine progettò, di ricostituire la Lega del 1444 e convocò i nobili a una nuova assemblea che doveva tenersi a Lezha nel 1468. Intanto, in pieno inverno, un nuovo esercito turco venuto dal nord marciava sull’Albania.
Skanderbeg, si preparava ad andare ancora una volta incontro al nemico alla testa del suo esercito, quando fu bruscamente colpito da un attacco di febbre malarica.
Sfinito da tante prove, non potè resistere alla malattia.
Alcuni giorni dopo, mentre le forze albanesi, che combattevano per la prima volta senza il loro capo riportavano nei pressi di Scutari, una nuova vittoria, lo colse la febbre e morì di malaria ad Alessio, il 17 gennaio 1468 tra dei suoi fidi condottieri e dell’intero popolo.
Lo stesso sultano Maometto II commenta cosi la notizia della scomparsa di Scanderbeg:
“Questa terra non vedrà mai un tale leone”.
Morto Skanderbegh riferisce Walter Scott (a p.61 del secondo volume su Napoleone), Maometto II esclamò:
“Ormai chi può impedirmi la sottomissione dei Cristiani? Hanno perduto la loro spada ed il loro scudo”.
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Lamartine, il quale, con l'amplificazione spettacolosa del poeta, non però senza fondamento, ebbe a scrivere:
"Albania! Grande piccola nazione!
Omero vi trovò Achille; la Macedonia, Alessandro; i due grandi sultani, Murad II e Maometto II, il fortissimo Scanderbegh: tre eroi nelle cui vene pulsava il medesimo sangue, sangue albanese".
Maometto di cui ricordansi le parole: “Se Scanderbeg non fosse nato, io avrei messo il turbante sulla testa del papa. e la mezza luna sul Castel Sant'Angelo”.
Giudizio probante questo come proveniente dalla bocca amara del grande avversario; giudizio che richiama, a conferma, quello posteriore di Voltaire:
“Se gli imperatori bizantini fossero stati degli Scanderbegh, Costantinopoli non sarebbe battuta”.
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Così terminò il periodo più importante della storia del nostro paese Albania, quello dei sec. XIII-XV.
Il disegno dei sultani turchi, di estendere il dominio islamico fino a Roma, s'infrangeva.
Questi due secoli (XIII-XV), l'Albania ebbe una storia politica vera e propria, e in essi si trovano i fondamenti della sua etnografia e della sua tragedia religiosa.
L’epopea di Scanderbeg, furono venticinque anni di vittorie, conseguite con coraggio e coerenza, unendo tra l’altro i principati dell’Epiro e d’Albania e resistendo per venticinque anni ai tentativi di conquista dell’Impero Ottomano.
Con le sue capacità strategiche e diplomatiche, col suo carisma di capo morale di tutta l’Albania, di simbolo dell’unità di un popolo frammentato tra Principati, spesso in lotta fra loro, simbolo dell’autorità e dell’autorevolezza, degno dunque della fiducia che il popolo gli attribuiva senza riserve.
Skanderbeg, non era mai stato sovrano dell'Albania: egli aveva sempre rispettato l'autonomia delle tribù e i loro capi, sebbene alcuni di loro tenessero verso di lui un contegno tutt'altro che sicuro.
Non fu infatti un semplice signore feudale, ma si elevò su tutti i principi dell’Albania medievale per il grande tentativo di creare uno stato albanese unito.
Skanderbeg, dagli Albanesi è venerato non come un Re, ma come un’ eroina pura e disinteressata e la sua figura è rimasta nei secoli come simbolo di fulgido eroismo.
Nessun apprezzamento ha resistito meglio alla prova del tempo che quello che attribuisce a Skanderbeg il giusto mento del titolo di “eroe nazionale albanese” riconosciutogli dalle generazioni successive. I suoi meriti eccezionali gli valsero un posto d’onore nella storia del nostro paese.
Egli fu innanzitutto un valido capo militare e non è esagerato collocarlo fra tutti i più grandi strateghi del suo secolo. Molte sue azioni di guerra si svilupparono sul piano della difesa, condizionata dalle limitate possibilità materiali che offriva un piccolo paese.
Ma il fatto che le forze albanesi, costantemente inferiori per numero, siano riuscite a tenere testa vittoriosamente alla furia turca e a travolgerla in più di venticinque battaglie, fra le quali sono da segnalare quelle sotto le mura di Kruja dove l’armata turca era alle complete condotte dai due più illustri sultani ottomani), non può essere dissociata dai valori di Skanderbeg tanto quanto stratega che come condottiero.
Per quanto concerne la sua arte militare, Scanderbeg sempre combinare in modo magistrale l’azione frontale delle formazioni regolari con quelle delle unità di guerriglia.
Ed è stato forse uno dei primi generali del Medio Evo che abbia capito che erano preferibili le formazioni militari leggere e rapide alla pesante cavalleria negli scontri con gli jeniceri e gli spahi ottomani.
Sbaragliò ripetutamente gli eserciti turchi del sultano Murat, guidati dal comandante:
Alì Pascià a Torvjolli nel 1444; Firuz Pascià nelle gole di Prizren (1445); Mustafà Pascià nel 1446. Poi nei campi di Pollogut, di Dibra, d’Ocrida, e di Domosdove; nelle gole dei fiumi di Drin; nei campi di Shkumbin negli anni 1444-48, 1450-56, 1462-65; nella Campi dell'Acqua Bianca (Ujebardha), nel 1457; vicino a Ocrida nel 1462.
Una delle sue ultime e più gloriose vittorie furono quelle in cui sconfisse il sultano Maometto II nel 1567.
Un partecipante alla spedizione contro l'Albania disse: “il loro guerriero più debole è paragonabile al più forte dei nostri guerrieri turchi”.
Skanderbeg, dagli Albanesi è venerato non come un Re, ma come un eroe puro e disinteressato e la sua figura* è rimasta nei secoli come simbolo di fulgido eroismo.
Gli Arbëreshë, hanno conservato i canti più belli della letteratura popolare dedicati a Skanderbeg. Ancora oggi presso gli Arbëreshë d’alcuni paesi della Calabria, subito dopo la Pasqua si celebra “le Vallja”, una tipica danza albanese eseguita con canti, che ricordano appunto una gran vittoria del Principe Giorgio Kastriota.
In particolare i più belli riguardano due momenti importanti della vita del principe: il suo matrimonio e l’incontro con la morte. Questi canti si trovano nella raccolta effettuata dallo scrittore arbëresh Girolamo (Jeronim) De Rada e pubblicata a Firenze nel 1866 col titolo:
“Rapsodie di un poema albanese raccolte nelle colonie del Napoletano”.
Jeronim De Rada, nella seconda metà del XIX secolo, pubblicò un poema in cinque libri dal titolo “Skanderbeku i pafaan”, (Scanderbeg disavventu-ra), che come visto fu l’ultimo verso della rapsodia sulla “Morte di Skanderbe”
De Rada rivive con emozione e sensibilità particolari il dramma degli albanesi e lo stato di diaspora di un ramo importante della popolazione albanese.
Giuseppe Schirò, di Piana degli Albanesi in Sicilia, fa rivivere l’azione di Giorgio Castriota nel poemetto dal titolo “Kroja” (Kruja). Il poeta di Piana seguendo le tracce del De Rada scorge nel Principe albanese il punto unificante delle aspirazioni e della forza nella resistenza.
Gabriele Dara di Palazzo Adriano, in Sicilia, nel suo poema “Kënga e sprasme e Balës” (L’ultimo canto di Bala), riattualizza le vicende del XV secolo attraverso il racconto che fa un vecchio arbëresh, che ha partecipato personalmente ai drammatici fatti.
E’ un racconto vivo quello che fa il vecchio Bala, richiama alla memoria fatti e commilitoni dello stesso Scanderbeg che vivono da un lato le lotte contro i Turchi, dall’altro vivono la vita concreta con tutte le contraddizioni e gli affanni.
Bernard Bilotta di Frascineto (CS) alla fine dell’Ottocento scrive un’opera dal titolo: “Shpata e Scanderbekut ndë Dibret poshtë”, (La spada di Scanderbeg nella Dibra Inferiore).
Un altro autore arbëresh è Demetrio Chidichimo, arciprete a Plataci (CS), dove era nato nel 1846 e dove morì nel 1922.
In un breve poema dal titolo “Fjala e Skanderbekut çë del ka varri”*, (La parola di Scanderbeg che esce dalla tomba), egli immagina quello che può dire il principe albanese alla fine del 1800, quando ancora l’Albania non era riuscita ad avere l’indipendenza dai Turchi. “Scanderbeg rivive, esce dalla tomba e si rivolge agli Albanesi con tono critico”: “Afferma che dopo 500 anni dalla sua morte, gli albanesi non sono riusciti a liberarsi della cultura islamica e del dominio imperiale turco”. Anzi si meraviglia come più della metà della popolazione sia addirittura diventata di religione mussulmana”.
Nel XVI secolo, il simbolo più alto della fratellanza, fra popolo italiano e popolo albanese era anche la famiglia di Gjergj Kastriota Skanderbeg
Dopo la morte di Skanderbeg (il 17 gennaio 1468), migliaia di albanesi, perseguitati dagli invasori ottomani, trovarono pace e ospitalità in Italia.
Gjoni (Giovanni), l’unico figlio di Scanderbeg, che alla morte del padre era ancora un giovinetto, lasciò quindi il paese con sua madre, Donica Arianiti (nel 1478).
La famiglia Castriota Scanderbeg, ottenne dalla corona aragonese il ducato di San Pietro in Galatina e la contea di Soleto (Lecce, Italia), in cambio di quelli di Monte S. Angelo e di S. Giovanni Rotondo, già concessi al padre da Ferrante I nel 1464.In realtà, la moglie di Skanderbeg Donika, non sembra abbia mai abitato nei possedimenti della famiglia in Puglia, e si recò a Napoli, dove fu ospitato da re Ferdinando d’Aragona, figlio di Alfonso, ed ebbe in dono il castello di Gagliano in Terra d’Otranto.
A Napoli la moglie di Scanderbeg viva in corte in una posizione di gran prestigio e familiarità con le due regine vedove: Giovanna, vedova di Ferrante 1, e sua figlia Giovanna, vedova di re Ferrandino.
Agli anni 1470-1478, s’intensificano i rapporti tra il regno di Napoli e i nobili albanesi con il matrimonio tra Irene Castriota (nipote di Scanderberg) e il principe Pietro Antonio Sanseveri-no di Bisignano in Calabria nel 1470.
Gjoni visse nei suoi feudi sul Gargano per un ventennio, e poi, dal 1485, nella ricca e fiorente città di San Pietro in Galatina in terra d'Otranto, con il titolo di duca, cui aggiunse poi quello di Conte di Soleto.
Giovanni, sposò Irene Paleologo, ultima discendente della famiglia imperiale di Bisanzio. Dalla moglie Irene, Giovanni ebbe più figli, tra cui: Costantino giovanissimo vescovo d’Isernia, Ferdinando (Ferrante), che gli succedette nel feudo, Maria, donna singolarmente colta nelle lettere greche e latine.
Ora esistono due linee della famiglia Castriota Scanderbeg, in Italia. Una delle quali discende da Pardo e l'altra da Achille, entrambi figliano naturali del Duca Ferrante (Ferdinando), figlio di Giovanni.
Entrambe fanno parte da secoli della nobiltà italiana e membri del “Sovrano Militare, Ordine di Malta con prove di giustizia”.
Erina, l'unica figlia legittima del Duca Ferrante, nata da Adriana Acquaviva, ereditò lo Stato paterno, dopo il suo matrimonio con il principe Pierantonio Sanseverese conte di Tricarico, porta il ducato di Galatina e la contea di Soleto nella famiglia Sanseverese.
Verso la metà dell’800, infine, il primogenito di questa linea familiare, un altro Alessandro, si trasferì in un piccolo centro della provincia di Lecce denominato Ruffano, ove tuttora fu fissata la residenza dei Castriota Scanderbeg di Terra d'Otranto.
Attuali rappresentanti, di questa linea familiare è: il notaio dr. Giulio Castriota Scanderbeg, e le nipoti ”ex fratte", (Giorgio), Paola avvocato in Lecce, Alessandro medico a Lecce, Giulio magistrato amministrativo, e Dott. Giorgio Maria Castriota Scanderbeg*, barone di Fossaceca e Castelluccio, il ramo di Napoli dei discendenti.
Dopo la morte di Scanderbeg, migliaia di albanesi, perseguitati dagli invasori ottomani, trovarono pace e ospitalità in Italia, verso varie zone dell'allora Regno di Napoli (di cui Calabria e Sicilia facevano parte, prevalentemente in Calabria, in Lucania, in Terra d'Otranto, nel Molise e in Sicilia).
L'esistenza stessa, dopo oltre 500 anni, nella minoranza albanese in Italia, di una popolazione di circa trecentomila persone, sparse in ottanta comuni e numerose regioni, di cui oltre l'Ottanta per cento parla ancora oggi correntemente l'albanese, con la sua storia, le sue tradizioni, è questi i fattori fondamentali ed essenziali per la sopravvivenza e l'identità di "Arbereshe " in Italia.
La migrazione albanese in Italia, ha creato le comunità di “arberesh”, che ha influenzato fortemente nella creazione della coscienza nazionale albanese e facilitato la penetrazione culturale italiana nel mondo albanese.
I vari dati come vari esibiscono come reperto archeologico ed etnologico, sono elementi abbastanza sicuri da risalire all'antica lingua parlata dal popolo illirico, della quale, l'attuale lingua albanese potrebbe considerarsi una fase moderna.
Il primo documento, scritto in lingua albanese, “La Formula del Battesimo”, scritta dall'arcivescovo Pal Engjëlli anno 1462, sia stato scoperto nella biblioteca di Milano, invece la prima opera letteraria, dal titolo "Meshari" di Gjon Buzuku è stata pubblicata nel 1555 in Italia.
Frang Bardhi è l'autore del primo dizionario dal latino all'albanese, formato da circa 5000 termini, stampato nel 1635 in Italia.
L'avvio del movimento risorgimentale albanese fu dato in Italia dal poeta arberesh Jeronim De Rada che con il suo poemetto “Milosao” incitava gli albanesi a liberare la loro Patria.
Su tale ascendente dell'Italia nei confronti dell'Albania aveva probabilmente sofferto d’influenza la stabilità dei rapporti intrattenuti già da Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, che nel 1866, in una lettera alla principessa Elena Ghica (Dora d’Istria), riassumeva i suoi sentimenti nella frase: «…La causa degli albanesi è la mia…sarei felice d'impiegare quanto mi rimane di vita in pro di quel prode popolo”.
Nelle brigate di Garibaldi abbiano combattuto e versato sangue per la libertà e l’unione dell’Italia centinaia di arbëresh.
Garibaldino era anche il poeta arberesh Vincenzo Stratigò i quali nel far propri gli ideali unitari italiani, mai dimenticarono la sua patria.
Ecco un’ode del poeta Stratigò:
Dal suol materno del dolce Epiro,
I miei gran d'avi un dì partiro,
Partir piangendo dal bel paese
Sono albanese
O cara Italia, Italia bella,
Tu mi accogliesti, come sorella
Nel dolce seno del bel paese:
Sono albanese.
Nel 1903, nell’Italia meridionale, gli arberesh, avevano fondato un Consiglio albanese, sotto la presidenza del generale Ricciotti Garibaldi, con il programma:
«L'Albania agli Albanesi».
Dopo la caduta dell’impero ottomano, il nuovo Stato albanese, divenuto finalmente indipendente nel 1912, guardò all’Italia come a un Paese amico, da cui poter ricevere aiuto.
Storicamente, lo stretto di Otranto tra i due paesi è servito più come un ponte di comunicazione che come un ostacolo alla cooperazione.
Era la geografia dell'area adriatica, che rendevano necessari quei vincoli che unificavano i due popoli, e che imponevano all'Italia e all'Albania interessi comuni.
Ed è per questo che le Potenze internazionali avevano costantemente riconosciuto la preminenza dell'interesse italiano in Albania, al punto che la Conferenza di pace del 1919 e la dichiarazione della Conferenza degli Ambasciatori, del 1921, assegnarono all’Italia compita di assistenza e di tutela sulle terre dell'Albania.
Purtroppo, le attese degli albanesi resteranno deluse, perché anche l’Italia, nel dicembre 1913, a Firenze partecipò alla spartizione* della metà del territorio albanese fra i paesi vicini, Montenegro, Serbia e Grecia; e nel 29 luglio 1919, il governo italiano firmò un accordo italo-greco che riconosceva le aspirazioni greche sull'Albania meridionale. L'amicizia tradizionale tra Italia e Albania cessò di colpo.
La presenza italiana in Albania nei primi cinquant’anni del Novecento fu assolutamente trasversale toccando praticamente ogni aspetto della vita quotidiana.
Gran parte degli edifici che caratterizzano ancora oggi il centro di Tirana, tuttora rimasti immutati come le principali sedi dei ministeri, il palazzo della presidenza, la sede della banca nazionale, gli ospedali, la sede della radio-televisione nazionale sono opera di progettisti italiani e furono costruiti fra il 1930 e il 1940 da architetti e ingegneri italiani come Armando Brasini, Florestano di Fausto, architetto fiorentino l'Arch. fiorentino Gherardo Bosio con i quali collaborarono artisti del calibro di Antonio Maraini e Giuseppe Gronchi, che hanno disegnato decine di edifici pubblici Italiani e idearono anche i primi piani regolatori, non solo di Tirana, ma anche di città come Durazzo, Valona, Elbasan, Berati, Korça.
Nel maggio del 1925, l'Italia ha iniziato una penetrazione in Albania tramite un programma d’urbanizzazione, con l'apertura di gran parte degli edifice che caratterizzano ancora oggi il centro di Tirana, tuttora rimasti immutati, come:
La Piazza Scanderbeg e i Palazzi Ministeriali, il palazzo della Presidenza, l’Università Politecnico di Tirana, la sede della Banca Nazionale Albanese (nella piazza Scanderbeg), gli ospedali, la sede della radio-televisione nazionale, il municipio, l’hotel Dajti ecc.
Piazza Scanderbeg e i Palazzi Ministeriali
Gli interessi italiani, verso l'Albania all'inizio del 900, traevano origine dalla necessità di esercitare un controllo strategico sull'Adriatico, (attraverso il possesso delle due sponde del Canale d'Otranto), e dall'opportunità di servirsi della terra albanese per una penetrazione politico-economica nell'area balcanica*.
Nel 1920, l’Italia tentò di occupare l’Albania, ma raggiunse il suo scopo solo nel 1939*.
«…*L'Albania è la Boemia dei Balcani.
Chi ha in mano l'Albania ha in mano la regione balcanica.
L'Albania è una costante geografica dell'Italia, ci assicura il controllo dell'Adriatico.
Nell’Adriatico non entra più nessuno, abbiamo allargato le sbarre del carcere del Mediterraneo».
(Benito Mussolini, nella riunione del Gran consiglio del Fascismo, 13 aprile 1939.)
L’otto gennaio del 1939, Benito Mussolini, il capo del governo Italiano firmò il piano d’invasione di Ciano, e centomila uomini furono trasportati nell’Italia meridionale pronta allo sbarco.
All’opinione pubblica italiana, fu presentata l’immagine di un’Albania dalle grandi risorse, affascinante come un bazar, ma al tempo stesso arretrata e selvaggia, bisognosa di un “fratello maggiore” per modernizzarsi.
E così nel sette Aprille 1939 l'Albania fu annessa all'Italia.
Dopo l'invasione, l'Albania rimase formalmente un Paese indipendente, ma in una "stretta unione* con l'Italia. L’Albania fu privata di ogni identità nazionale: bandiera, moneta, francobolli furono cancellati e sostituiti con altri, mentre l’insegnamento della lingua italiana diventò obbligatorio nelle scuole.
I cittadini italiani cominciarono a insediarsi in Albania come coloni e proprietari di terreni in modo da poter gradualmente trasformare l’Albania in suolo italiano. Soltanto nel periodo che va dal luglio del 1939 ai primi mesi del 1940 arrivò dall’Italia in Albania circa 50-60 mila uomini. Le risorse naturali del paese passarono sotto il controllo diretto dell’Italia.
Dopo la capitolazione d’Italia, secondo l’accordo dell’armistizio la IX Armata italiana, stanziata in Albania avrebbe dovuto cessare le azioni militari e consegnare le armi alla resistenza albanese, riconosciuta ufficialmente dagli Alleati.
Il comandante in capo, Renzo Dalmazio, residente a Tirana, non accettò e ordinò alle sue truppe di arrendersi soltanto alle truppe tedesche. La divisione “Perugia” che si trovava ad Argirocastro, non accettò la resa e di conseguenza il 14 settembre del 1943 fu attaccato dai gruppi partigiani della zona e dopo fu annientata definitivamente a Saranda dalle truppe tedesche, fallendo cosi il piano di fuga via mare.
Invece quindici mila soldati italiani, in maggioranza della divisione “Firenze”, non accettarono di arrendersi ai nazisti. Millecinquecento di questi si aggregarono all’esercito per la liberazione nazionale albanese formando il battaglione “Antonio Gramsci”.
Gli altri si rifugiarono nelle zone liberate dove il popolo albanese dimostrò grande saggezza e spirito d’ospitalità.
In seguito, instauratosi il regime comunista in Albania, anche il mare Adriatico, per quasi cinquant’anni, divenne un mare di ghiaccio: lasciando l’Albania fuori dal mondo.
Il popolo albanese, è stato chiuso per decenni in un silenzioso isolamento, e il paese e rimasto tagliato fuori dal mondo per quasi cinquant'anni, quasi fosse uscito per sempre dalla scena europea, (destinato a rimanere ai margini della storia), ma che in realtà possiede grande saggezza e spirito d’ospitalità.
Quell’epoca rappresentò la parte più oscura e amara delle relazioni tra i due Paesi perché l'Italia sembrò aver dimenticato il suo piccolo vicino.
L’indifferenza italiana, nonostante molti tentativi fatti per avvicinarsi all'Albania anche durante il regime Comunista, ebbe degli effetti drammatici e giocò un ruolo fatale nell’isolamento sempre più accentuato dell’Albania.
Enver Hoxha, il dittatore albanese, per quanto riguarda l’Italia, sapeva che essa è sempre stata un canale privilegiato di contatto dell’Albania verso l’Europa, quindi verso il mondo occidentale e verso idee che avrebbero potuto minacciare il regime.
Pertanto si preoccupava di rappresentare l’Italia come un Paese che, dall’occupazione romana (anno 168 a.C.) in poi, avevano sempre avuto atteggiamenti aggressivi ed espansionistici nei confronti dell’Albania.
Gli italiani, dall’altra sponda dell’Adriatico, non sapevano niente dell’Albania poiché non arrivavano notizie e i giornalisti non potevano entrarvi.
Per gli italiani l’Albania era una terra misteriosa che ognuno poteva rappresentare come meglio credeva: emblema dei mali estremi del comunismo*, arretratezza economica, mancanza di libertà e violazione dei diritti umani, ecc.
*Nei primi anni di ottanta-novanta, nei diversi giornali dell’Italia si può leggere sull’Albania:
“Il Paese delle aquile”; “Castello albanese”; “Cittadella”; “una specie di Sparta del mondo comunista”; “nido di aquile”, ecc
“L’Albania così geograficamente prossima, così intimamente europea e pur così storicamente e politicamente lontana e diversa”. (Il Manifesto, 12 aprile 1985)
“La misteriosa e indecifrabile Albania”. (Il Manifesto, 12 aprile 1985)
“Un Paese che sembra confinato nella profondità dello spazio, che da decenni è isolato da tutti e da tutto”. (Il Secolo d’Italia, 17 aprile 1985)
“In Albania è difficile entrare e impossibile uscire. Chiunque tenta di fuggire è considerato un traditore da punire con la pena di morte”. (Il Tempo, 12 aprile 1985)
“ I pochi riusciti a entrare in Albania giuravano d’aver visto un altro pianeta, un luogo dove tutto si era fermato un secolo fa”. (La Stampa, 12 aprile 1985)
“La lingua albanese è oggi l’unica testimonianza vivente del gruppo illirico e appare peraltro priva di un retroterra storico-culturale diretto, se si considera che i soli documenti scritti della letteratura albanese siano quelli conservati dalle comunità albanesi in Italia”. (Il Secolo d’Italia, 19 aprile 1985)
Il rovinoso crollo del regime comunista di Enver Hoxha nell’inverno del 1991, la conseguente gravissima crisi economica e politica del 1991 e del 1997, e la successiva emergenza profughi del ’99 (dal Kosovo), sembravano avere affossato per sempre le speranze di rinascita dell’Albania.
Un’incredibile moltitudine di albanesi*, mossa dalla necessità, prese il mare alla scoperta del mondo che si celava di là dall’orizzonte, quel mondo conosciuto fino allora solo attraverso il canale televisivo.
*Nel luglio, agosto del 1990, e marzo del 1991, quando il regime totalitario albanese conservava ancora la sua integrità di sistema dittatoriale comunista, (riguarda la cosiddetta "crisi delle ambasciate).
Nell'ambasciata italiana si rifugiarono più di ottocento albanesi, i quali, dopo intense negoziazioni con il regime di Ramiz Alia, riuscirono ad avere il permesso per imbarcarsi sui traghetti, messi a disposizione dal governo italiano, per raggiungere le coste pugliesi, terra di frontiera con l’Albania, terra ospitale e generosa.
Invece, nell'agosto dello stesso anno (1991), in Italia arriveranno più di venti mila albanesi. il quali fu rimpatriato dopo essere stati rinchiusi per molti giorni nello stadio di calcio della città di Bari*.
*…La storiografia “ufficiale” si affrettò a far risalire al solo 21 marzo il grande esodo dall’Albania.
Un mondo per mostrare il momento solidale e nascondere quello rozzo e razzista dell’agosto dello stesso anno:che fece precipitare le quotazioni delle pretese virtù dell’Italia e fece sbattere il “Belpaese” sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
Mentre le immagini dello “stadio barese” ci riducevano ai livelli del medio razzismo europeo…”.
(Luigi Perrone, Docente di Sociologia presso l’Università di Lecce, 1996)
“L’otto agosto del 1991”, che ha un nome dal significato molto evocativo l’arrivo nel porto di Bari, con la nave “Vlora”, di oltre ventimila albanesi partite dalla città di Durazzo.
*“Un’imbarcazione piena di speranze e di sogni di quella gente, il cui obiettivo era approdare in un nuovo mondo per lavorare e costruire serenamente il proprio futuro”.
Nel libro “Naufragi Albanesi”, di Luigi Perrone*, Kosta Barjaba*, Georges Lapasades*, (Lecce, 1996), si può leggere:
“Ai naufraghi dell’Adriatico, vittime di stato;
agli albanesi, naufraghi della democrazia”
(*Luigi Perrone, Docente di Sociologia presso l’Università di Lecce, *Kosta Barjaba, Docente di Socialogia presso l’Università di Tirana; *Georges Lapassade, Professore emerito, l’Università di Parigi)
Negli ultimi anni se ne sono occupati giornali, televisione e cinema, ma in Italia l’immagine* ricorrente di questo lembo della penisola balcanica è ancora troppa frammentaria, confusa, imprecisa.
Poco spazio è invece dedicato alle culture dei popoli che sono venuti in Italia. Le discriminazioni, i pregiudizi e di conseguenza l'odio razziale hanno radice nella "ignoranza", o meglio nella "non conoscenza".
Senza togliere dovere di cronaca giornalistica, la strumentalizzazione di alcuni episodi favorisce spesso una facile colpevolizzazione dello straniero.
In un convegno a Torino, nel 2009 ho incontrato un amico italiano Antonio, che mi diceva:
. *….Per molti anni l’Albania ha eretto intorno a sé alti muri di cinta per separarsi dal mondo, per isolarsi.
Poi, quando gli albanesi, col loro coraggio e con la forza della Storia che cambiava in tutta Europa, le hanno abbattute.
siamo stati noi europei, italiani e greci innanzi tutto.
a tirarle di nuovo su e a isolare ancora questo paese…”.
“…Qualche tempo fa, mi diceva Antonio, ho conosciuto un albanese, un laureato in lingua francese che lavora in Italia come cameriere.
…L’uomo, gli indica un ristorantino dall’altra parte del marciapiede con la scritta “Pizzeria greca”.
locale con un’ottima clientela ma non per niente greco:
non ci andrebbe nessuno se si sapesse che i gestori sono albanesi!
….La nostra diffidenza nei loro confronti, mi ha detto Antonio, li ha spinti per quasi vent’anni a nascondersi.
addirittura a desiderare di celare la loro identità, quasi a camuffarsi.
Chissà se è un caso, ma da qualche tempo, dai mass media ci è stato attribuito il ruolo del cattivo.
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L’Italia, dopo la caduta del regime comunista in Albania, si dimostrò assai vicina all’Albania, come uno dei partner strategici più importanti.
I primi anni della democrazia in Albania sono stati caratterizzati da un’intensa attività dell’Italia nel campo politico-diplomatico e socio-economico, assistendo e contribuendo alle riforme istituzionali, a quelle economiche e al consolidamento dello Stato di Diritto.
Il fattore Italia, come dimostrano i numerosi accordi di cooperazione commerciale e militare stipulati in questi ultimi anni, è d’importanza fondamentale per lo sviluppo dell’Albania.
Dopo la caduta del comunismo, l’Italia, presa dal rimorso per questo lungo oblio, si dimostrò assai vicina all’Albania, come uno dei partner strategici più importanti.
Le relazioni italo-albanese, dopo la caduta del regime comunista in Albania, sono state influenzate da tre fattori principali:
l'eredità storica dei rapporti bilaterali, l'instabilità regionale, la grave crisi interna che ha accompagnato la transizione dell'Albania verso la democrazia. Historically, the Otranto Strait between the two countries has served more as a communication bridge than as a barrier to cooperation.
Nonostante alcuni problemi storici come l’invasione fascista* dell’Albania, questa visione del mondo è rimasta particolarmente aperta e accogliente verso l’Italia.
Sin dai primi anni del dopoguerra, i Governi italiani nella loro politica verso l’Albania, condannavano l’aggressione fascista del sette aprile 1939, attribuendola al fascismo e considerandola solo come un fatto storico.
L’Italia, anche durante il regime comunista in Albania, ha fatto qualche tentativo di avvicinarsi, e concretamente:
Il trattato di pace con l’Italia e Albania, fu sottoscritto nel febbraio 1947 a Parigi ed entrò in vigore il 15 settembre 1947.
Nel maggio del 1949 si ripristinarono le relazioni diplomatiche nel rango di legazione, dopo le continue richieste dalla parte italiana.
Il 2 febbraio 1954 l’Inviato Speciale e il Ministro Plenipotenziario della Repubblica d‘Italia a Tirana presentarono le lettere credenziali.
Dopo l’uscita dell’Albania dal Trattato di Varsavia, nel 1968, da parte del governo italiana, sono stati fatti dei tentativi per avvicinarsi al governo albanese.
Un certo sviluppo delle relazioni con l’Italia si vide negli anni ‘80. In questo periodo vi fu degli scambi di diverse delegazioni, visite di membri di governo, un incremento del volume degli scambi commerciali e culturali.
Dal punto di vista culturale e umana, la vicinanza geografica ha favorito e incoraggiato comunicazione permanente tra le due nazioni.
D’altra parte, i rapporti tra i due Stati sovrani sono stati fortemente influenzati anche dall’impostazione geopolitica dei due paesi.
L'impostazione geopolitica, è rimasto un fattore importante che contribuisce a spiegare i rapporti moderni fra i due Paesi soprattutto se si considera il modo in cui l'Italia vede l’Albania.
D'altra parte, ogni volta che uno stato potente è emerso nella penisola balcanica, e mirava a raggiungere la costa adriatica, ha utilizzato l'Albania come un trampolino di lancio per l'espansione verso l'Occidente. (5) In more recent times, although there is a clear tendency for geo-economics to supersede geo-politics, the geopolitical setting has remained an important factor that helps explain modern relations between the two countries especially when considering the way Italy views Albania.
In seguito le relazioni bilaterali con Albania, il supporto italiano si è fatto presente in quasi tutti i campi, riconfermando che l’Italia era il principale donatore bilaterale dell’Albania, sia nell’aspetto dei finanziamenti, sia nell’ampiezza dello spettro degli interventi.
L’Italia di recente ha promosso l’integrazione europea dei paesi dei Balcani Occidentali, tra i quali anche dell’Albania, come una delle sue priorità di politica estera.
Tale livello di relazioni è in totale coerenza con l’orientamento del governo albanese, il quale considera le relazioni con l’Italia di un’importanza primaria e di partnership strategica.
La cooperazione economica, è diventata la priorità bassa, mentre la gestione delle crisi comprensibilmente era in cima alla lista politica regionale italiana. Despite recent improvements, the lack of a clear status for Kosovo, the ambiguity of the relationship between Serbia and Montenegro and Bosnia and Herzegovina's institutional fragility have created a perception of insecurity in Farnesina's conceptualization of Western Balkans.
Non meno importante, la politica sociale ed economica del post comunista d'Albania, che sono state seguite da ondate di migrazione di massa degli albanesi verso le coste italiane, hanno svolto un ruolo decisivo nei rapporti bilaterali. Not only have they prompted Italy to respond quickly to the dynamic changes in Albanian security, but they have also had a powerful impact on the way Italy perceived Albania.
Non solo hanno spinto l'Italia a rispondere rapidamente ai cambiamenti dinamici nella sicurezza albanese, ma anche hanno avuto un forte impatto sul modo come Albania è percepita in Italia.
The latter has proved a powerful conditioner on Italian policies towards Albania.Quest’ultimo si è dimostrato un potente condizionatore sulle politiche italiane verso l'Albania. The Italian view of Albania as a source of instability and security threat has created expectations of unpredictability for bilateral relations and, has kept Italian policy-making in "emergency gear" even when Albanian realities were conducive of more long-term cooperative approaches.
Il Governo democratico albanese, formato dopo le elezioni del 31 marzo 1991, ha cercato attivamente di porre fine al lungo isolamento del paese, attraverso la creazione e il rafforzamento delle relazioni con l'Occidente. For historical and cultural reasons as well as bilateral interest,...
E' il contatto costante tra la due società, italiana e albanese, che fa comprendere come l'attuale fase di cooperazione bilaterale affondi le sue radici nella tradizione della reciproca solidarietà che va di là dalla pur importante ottica del business.
12 settembre 1991, per ragioni storiche e culturali, e d’interesse bilaterale, è stato sancito l'accordo fra il Governo della Repubblica Italiana e il Governo della Repubblica di Albania sulla promozione e protezione degli investimenti.
Il 10 maggio 1998, è stato sancito l'accordo di collaborazione fra la Regione Puglia e il Governo della Repubblica di Albania.
6 agosto 1998, è firmata la dichiarazione congiunta per una piattaforma programmatica di collaborazione economica fra Italia e Albania.
In particolare, attraverso la valorizzazione delle piccole e medie imprese, che i due paesi promuoveranno con opportune forme d’incentivazione e agevolazione collaborazione sui temi delle infrastrutture, delle questioni energetiche, della valorizzazione delle risorse idriche e delle telecomunicazioni.
A proposito del sistema delle Dogane, si ritiene importante che da parte del Parlamento italiano si arrivi a una pronta ratifica dell’Accordo bilaterale di Mutua Assistenza amministrativa in materia doganale.
Tale accordo permetterebbe di migliorare la cooperazione tra le due Amministrazioni per prevenire e reprimere quei fenomeni illeciti.
Con riferimento alle opportunità di crescente interdipendenza e integrazione offerte dalle Corridoio otto, considerato come potenziale crocevia e punto di raccordo tra la regione euro mediterranea, l’Europa sud-orientale e il continente asiatico.
Rapporti, fra rappresentanti del sistema socio-sanitario pugliese e di quell’albanese:
1)Monitoraggio delle degenze di cittadini albanesi residenti in Italia e non, in strutture ospedaliere pugliesi e iniziative finalizzate ad assicurare alle stesse l’assistenza da parte del sistema sanitario.
2) Aggiornamento tecnico e professionale del personale medico e paramedico albanese anche attraverso specifici stage da realizzare in Puglia.
3) Progetto per la definizione di un sistema di teleconsulto e telediagnosi con l’ausilio di supporti informatici.
Rapporti fra Università ed Istituti di Ricerca.
1) Definizione di un quadro programmatico pluriennale per attività di studio, ricerca, formazione Universitaria e post Universitaria, di cooperazione con le Università europee e del Mediterraneo.
2) Partecipazione a specifici programmi dell’Unione Europea e altri Organismi internazionali con particolare riferimento a quelli riguardanti la formazione a distanza e alla multimedialità. Il programma di Protocollo Scientifico Italia-Albania prevede anche: 1)La formazione continua di docenti, professori, insegnanti e traduttori albanesi,
a)nella Facoltà di Lingue Straniere in tutta Italia;
b) nell'ambito del Dipartimento di Italianistica della Facoltà delle Lingue Straniere,
c) e nel Dipartimento di Scienze Pedagogiche e di Psicologia della Facoltà delle Scienze Sociali; dell'Università di Tirana,
2)L'apertura della prima Libreria Università privata Italiana a Tirana.
Altre note riguardo ai rapporti culturali fra Albania e Italia ci sono:
Nel 2004 è istituita l'Università "Nostra Signora del Buon Consiglio", con sede a Tirana ed Elbasan, che ha attivato sette corsi di laurea in convenzione con tre Atenei statali italiani (Bari, Roma e Milano), potendo così rilasciare diplomi validi anche in Italia, ecc.
Grazie