23-"IL CORRIERE DI PUGLIA E LUCANIA" -Intervento di Lutfi Guri

             

 

Eredità Storica e Culturale tra popolo albanese e popolo italiano

di Lutfi Guri


 

03/03/2013

L’Albania, è un piccolo paese, situata, sul versante occidentale della Penisola Balcanica con una superficie di 28,748 kmq, (leggermente più piccolo della Lombardia e Liguria messe insieme).

 L’Albania è bella, è una terra classica, di sole, montagne, mare cristallino, colline, laghi, boschi, campagne ricche di ulivi, e le bellissime spiagge di sabbia della costa Adriatica e Ionica ma anche centri di grande interesse storico o archeologico.

L’Albania dopo la Grecia, è il paese più ricco di testimonianze storiche, (quello di cui maggiormente parlano gli scrittori antichi), che meritano di essere scoperte studiate e valorizzate anche in Italia.

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La storia dell’Albania, è strettamente connessa con la storia dell’Italia:

-la vicinanza geografica che unisce da sempre i due popoli, e che nella parte più stretta misura appena ottanta chilometri.

-L’Italia, da sempre considerata dagli albanesi come la prima porta verso l’Occidente.

-lo stretto di Otranto, tra l’Italia e l’Albania, storicamente, è servito più come un ponte di comunicazione che come un ostacolo;

-i legami di sangue, esistenti tra gli Illiri e gli Italici, antenati dei popoli albanese ed italiano, risalgono agli inizi dell’età del ferro; fra le popolazioni dell’Albania e quelle del versante adriatico dell’Italia vi erano strette affinità;

-gli scavi archeologici attestano anch’essi un legame molto profondo: reperti di oggetti dell’era neolitica (come afferma anche il Professor A. Jatta, nel suo libro “La Puglia preistorica”) sono stati rinvenuti sia nel sottosuolo albanese sia in quello italiano; si tratta di conferme del comune stato di sviluppo e civiltà.

Ggli scavi hanno provato che fra l’Italia e L’Albania esisteva un intenso rapporto culturale e commerciale, ancor prima dell’età storica antecedente alla civiltà greca;

-il commercio per mare tra le due sponde dell’Adriatico è praticato sin dall’epoca neolitica; grazie ai velocissimi lembi, gli Illiri impiegavano solo poche ore ad attraversare il braccio di mare che divideva l’Albania dall’Italia, con risultati soddisfacenti per i commercianti dell’epoca;

-il processo evolutivo risulta a tratti concomitante; reperti archeologici consentono di constatare l’affinità e il parallelismo evolutivo tra gli Illiri e gli Etruschi, il che finisce per verificarne la comune provenienza pelasgica.

In Albania sono state scoperte molte tombe monumentali a due piani che ricordano in modo sorprendente le coeve tombe etrusche dalle stesse caratteristiche. Ancora, dunque, importanti affinità:

I dati linguistici e archeologici, fanno dunque pensare che in tempi diversi, a un movimento d’irradiazione della gente illirica verso la penisola appenninica, irradiazione che risale prima dell’età del bronzo.

Autorevoli storici italiani, come Giuseppe Sergi, Gaetano De Sanctis, Ettore Pais ed altri,

affermano che:“ I più antichi popoli delle coste orientali d’Italia sono giunti dall’Illiria”.

Al principio dell’età del ferro, (intorno al 1700 a.C.), gli Illiri venivano dall’altra sponda dell’Adriatico, passando attraverso le Alpi orientali, invase il Veneto e discesero fino nel Bolognese, ed alcuni si spinsero fino all’odierno Lazio.

Sopraggiunsero, però, movimenti di gente italica, etrusche e celtiche, le quali ricacciarono gli illiri nelle terre di provenienza, vale a dire nell’odierna Albania”.

Altre irradiazioni d’illiri, verso l’Italia si ebbero per via mare: come gli Iapigi, che si mescolarono con le popolazioni locali autoctone e in particolare con gli Enotri, e diedero origine a tre gruppi etnici diversi: a nord della Puglia i Dauni o Apuli, al centro i Peuceti e al sud i Messapi

Gli storici dell’antichità affermano che la popolazione albanese come discendenti diretti degli ilri, è una popolazione più antiche della penisola balcanica che si stanziò nell’area occidentale della penisola balcanica compreso il territorio greco sin dalla preistoria, fosse l’ultima isola culturale illirica in mezzo all’oceano slavo dei Balcani.

Nella enciclopedia italiana, (vol. XVIII, pag. 834), si può leggere:

“….per comune consenso dei dotti, l’Albania è considerata se non la culla, sede classica dell’illirismo”.

La storia dei rapporti e dei contati diretti fra iliri e romani, risale all’anno 168 a.C. quando il territorio dell’odierna Albania divenne una provincia dell’Impero romano, fino al 395 d.C., anno che segnò la sua separazione da Roma e la sua attribuzione all’Impero d’Oriente (Bisanzio), e nel quel tempo un buon numero d’Imperatori e generali illirici si mise alla testa dell’armata e dell’impero come:

Diocleziano (284-305), che ha salvato l’impero dalla disintegrazione introducendo delle riforme istituzionali;

Costantino I il Grande (274-337), che tollerò il cristianesimo e trasferì la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio, che chiamò Costantinopoli;

Aureliano, detto “Restitutor Orbis” (214-275);

Anastasio I, (495-518), era nato a Durazzo da una famiglia principesca albanese, albanese era anche la famiglia dell’imperatore

Giustiniano (450-528) che ha codificato il diritto romano, costruì la chiesa più famosa bizantino, la basilica di Santa Sofia;

L’imperatore Alessio I Comneno (1100 d.C.) e altri come: Traiano Decio, Massimiano, Graziano e Costantino.

I Romani, giunsero in Illiria nel II secolo a.C. e gradatamente si spinsero verso l’interno, portando in Albania un notevole sviluppo commerciale e culturale, e anche la sua organizzazione sociale stabile basata sulla rete delle strade e sulla catena di città e castelli.

Nella logica dell’Impero Romano, l’Albania significava la comunicazione con la penisola balcanica, con la Macedonia, e le altre regioni danubiane e orientali, insomma la via più breve, commerciale e militare, verso il Danubio e il Bòsforo. Forse anche per le condizioni geografiche, perché proprio nell’odierna Albania, presso Scutari, erano i confini tra Roma e Bisanzio.

L’Albania, era necessaria a Roma anche per una futura strada: la Via Egnatia, (probabilmente seguì il tracciato di una pista commerciale più antica), che, partendo con due bracci da Durazzo e da Apollonia, si congiungeva a Clodiana e quindi, passando per Ocrida, attraversava la Macedonia e terminava a Tessalònica, di qui, nell’IVsec. d.C. la strada fu prolungata fino a Costantinopoli.

Antiche città dell’Albania, come Durazzo, Apollonia, Butrinto, Scutari, Fenic (Finiqi) ecc., sono state la testimonianza concreta del rapporto tra illiri e romani e tra Italia e Albania.

Durazzo, fondata nel 627 a.C. divenne lo scalo più importante della costa di fronte a Brindisi, e rimase il centro principale urbano e l’unica base militare sulla costa adriatica.

Il grande anfiteatro romano a Durazzo, è uno dei più grandi e importanti monumenti che è sopravvissuto nel’Albania. Il famoso oratore romano, Cicerone chiamò Durazzo una “ammirevole città, mentre il poeta Catullo la definì la “Taverna dell’Adriatico”. Nel 48 a.C., Durazzo, fu teatro della lotta tra Giulio Cesare e Pompeo.

Apollonia, che è fondata nell’anno 588 a.C. è il più importante centro archeologico dell’Albania. Luogo molto frequentato dall’aristocrazia romana per il clima particolarmente mite.

Giulio Cesare, nel I secolo a.C., usò la città di Apollonia come fortezza contro Pompeo, e come compenso per il supporto, Cesare fu concesso ad Apollonia lo status di città “libera e intoccabile”. una certa autonomia, caso unico all’interno dell’Impero Romano. Nello stesso tempo Ottaviano Augusto (il nipote di Giulio Cesare, e il primo imperatore romano) e Agrippa (re di Giudea) venne a studiare alla famosa accademia militare di Apollonia, per intraprendere gli studi accademici e l’arte della guerra.

Butrinto*, è l’ultimo e unico porto classico del Mediterraneo rimasto ancora intatto, ricco di patrimonio archeologico e di straordinarie testimonianze storiche.

*Il mito più famoso relativo alla fondazione della città di Butrinto si trova nell’Eneide di Virgilio (III libro), quando si parla dell’arrivo a Butrinto di Enea (figlio di Priamo) dove incontra Andromaca (vedova di Ettore) e che avrebbe fondato Buthrotum con l’aiuto di un nutrito gruppo di profughi Troiani. Invece, la storia ci afferma che Butrinto fu fondata nel VI secolo a. C.

Dalle ricerche archeologiche, risulta che sia stata l’antica capitale del popolo illirico, conquistata dai

Romani nel 168 a.C. fu luogo di villeggiatura per i patrizi romani che costruirono fattorie e ville, come Attico, l’amico di Cicerone ecc. Fu bizantina nel IV sec, e nel 1279 venne in mano agli Angioini, poi a Filippo di Tàranto e più tardi, nel 1386, fu presa da Venèzia.

All’eccezionale rilevanza del parco archeologico di Butrinto, dichiarato nel 1992 “Patrimonio dell’Umanità” da parte dell’UNESCO.

Nell’Enciclopedia Europea, vol. V, pag.1057, si può leggere: “Si ritiene oggi comunemente che nell’albanese odierna sia presente un fondo originario illirico”.

Zacharie Mayani, docente all’Università di Sorbona a Parigi, negli anni ‘70 ha pubblicato tre grossi volumi titolati: “Les Etrusques Commencent a Parler”, “Les Etrusques Parlent” e “La Fin Du Mystère Etrousque”, per sostenere che: “la lingua etrusca si può interpretare solo attraverso la lingua albanese odierna”.

La scrittrice albanese, Nermin Vlora Falaski, nel suo libro “Patrimonio linguistico e genetico”, ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con la lingua odierna Albanese, il che confermerebbe che “gli Albanesi (discendenti degli Illiri), siano gli odierni discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolarono l’Europa”.

In Toscana si trova un’antichissima città, fondata dai etruschi, che si chiama Cortona, che in Albanese voldire:

Cor=raccolti, Tona=nostri, cioè “i nostri raccolti”

In Italia esiste la regione Toscana, cosi come in Albania meridionale esiste la regione dei “Toschi” o “toschenia”.

Scrittore francese Robert D’Angely nel suo libro “L’Enigma” Paris, 1990, scrive:

*.. secondo Nicola Freret, e precisamente in conseguenza della terza guerra illiro-romano, condotta dal Console Lucio Paolo Emilio e finitosi nel 168 a.C., più di 10.000 etruschi allontanandosi dalla Toscana, attraversò il canale d’Otranto per trovare la pace proprio in Epiro, nella parte a sud dell’Albania, spostando verso il nord d’Albania una parte del popolo albanese che abitava lì e che si chiamava “Geghe” (che nell’antica lingua pelasga vuol dire indigeno). Da quel momento quella terra, che si trova nel’albania meridionale, al confine con la Grecia, sarà chiamata Toschenia

A partire dal XI secolo, Venezia e il Re di Napoli (Amalfi), tendevano a mantenere possesso della costa Orientale dell’Adriatica e del canale di Otranto, per ragioni di commercio con l’Oriente e per ragioni militare di difesa.

Gli amalfitani, giunsero a fondare una piccola signoria a Durazzo, e i Veneziani a stabilire municipalità a Scutari e ad Alessio, e nel XIII secolo, Venezia occupò Durazzo e Corfù, e nel 1392, occupava Valona, Butrinto, Parga, Dulcigno e tutta costa da Antivari alle bocche di Cattaro, e gli Svevi* di Napoli conquistarono l’Albania meridionale

*Nel 1259, Manfredi, Re di Napoli, aveva preso per sua seconda moglie Elena, figlia di Michele Angelo Comneno (principe dell’Epiro), la quale gli aveva portato in dote, oltre all’isola di Corfù molte città e terre albanesi come Valona, Kanina, Durazzo, Berat, (vale a dire quasi tutta l’Albania centrale e meridionale). Ancora una volta, dopo mille anni, le due sponde del canale d’Otranto, erano sotto una sola signoria che aveva sede in Italia; ancora una volta la porta dell’Albania si riapriva all’Occidente.

Proprio mentre la Venezia e Manfredi (re di Napoli) hanno esteso influenza in Albania, un nuovo pericolo per l’Occidente avanza dall’Oriente: il pericolo turco, che nello XI secolo conquistò l’Asia minore, e nell’1354, passarono in Europa e si stabilirono a Gallipoli, e nel 1360 s’impadronirono di Adrianopoli e la elessero loro capitale.

Da quest’avanzata turca, l’Occidente e tutti i Balcani si trovarono direttamente minacciati.

In questo momento, intervenne la gran figura di Giorgio Kastriota Skanderbeg, l’eroe nazionale dell’Albania, e il difensore della cristianità, che unì i principati dell’Epiro e d’Albania e resistette per venticinque anni ai tentativi di conquista dell’Impero turco ottomano.

Nel XIV Secolo, l’Albania, era una zona strategicamente importante, era una terra di confine con il pericoloso impero turco, era un trampolino di lancio verso l’Occidente, era la porta dell’Occidente, e in quel momento storico rappresentava il baluardo della civiltà europea.

Iniziano così i famosi venticinque anni di vittorie albanesi che avranno tanta parte nella sopravvivenza dell’Europa cristiana.

I successi militari di Skanderbeg contro i turchi, suscitarono grande interesse da parte dello Stato Pontificio, di Venezia e di Napoli che sono stati minacciati dal crescente potere ottomano.

Venezia, all’inizio dell’insurrezione albanese, era favorevole di Scanderbeg considerare le sue forze di essere un cuscinetto tra loro e l’Impero Ottomano.

Invece più tardi, la Repubblica di Venezia, che aveva diverse relazioni commerciali con i Turchi, le imprese di Skanderbeg, è stato visto come una minaccia per gli interessi della Repubblica.

Questo ha portato a un peggioramento delle relazioni, tra Venezia e Skanderbeg che ha scatenato la guerra albanese-veneto del 1447 -1448.

Durante il conflitto, Venezia, ha invitato gli ottomani (il 3 luglio 1448) per attaccare Skanderbeg, provocando un conflitto contemporaneamente da est a doppia faccia per gli albanesi.

La posizione della repubblica cambiò, quando entrarono nella loro prima guerra con i Turchi (1463-1479). Durante questo periodo la repubblica, ha visto Scanderbeg come un alleato prezioso, e nel 1464 il trattato di pace fu rinnovato.

Nel 1442, si arrivò a Napoli la dinastia delle Aragona con Re Alfonso, che propugnò, una politica improntata a rapporti amichevoli con Skanderbeg, sostenendo per alcuni anni nella lotta contro i turchi.

Nel 1448, Alfonso d’Aragona, impegnato ancora nel consolidamento del proprio potere, nella lotta per la successione al Regno di Napoli contro Roberto III d’Angiò, fu costretto a chiedere l’aiuto di Skanderbeg. Due anni dopo, nel 1450, un altro distaccamento di truppe albanesi fu inviato a presidiare la Sicilia contro una ribellione d’alcun barone calabrese alleato dei suoi storici nemici.

In quella circostanza sarebbero giunte in Italia tre squadre di soldati albanesi guidano da generale Demetrio Reres e i suoi due figli, Giorgio e Basilio.

Il Re Alfonso, in segno d’amicizia e quale ricompensa per tale aiuto, avrebbe offerto a Demetrio il governatorato della Calabria, e concesse ai soldati albanesi che volessero rimanere in Italia, alcuni territori montani nell’attuale provincia di Catanzaro, come: Carfizzi, Marcedusa e Castelnuovo, (la più anticha colonie albanesi in Italia).

Nel 1462, Ferdinando I, (figlio di Alfonso), in segno di riconoscimento per l’aiuto ricevuto da Scanderbeg, concesse al signore albanese i feudi di: Monte S. Angelo e San Giovanni Rotondo, sorsero, cosi nuovi insediamenti albanesi in Puglia, precisamente in Capitanata, nell’area di Taranto, e in Molise.

Con la morte di Skanderbeg, il 17 gennaio 1468, ebbe inizio la rovina del popolo e delle contrade albanesi, e termina cosi il periodo più importante della storia dell’Albania, quello dei secoli XIII-XV.

Dopo la morte di Skanderbeg, e dopo la caduta di kruja (1478), migliaia di albanesi, (perseguitati dagli invasori ottomani), hanno passato il canale d’Otranto, per trovare pace e ospitalità in Italia, e concretamente verso varie zone dell’allora Regno di Napoli, di cui Calabria e Sicilia facevano parte. Qui nel regno di Napoli trovò riparo lo stesso figlio di Scanderbeg, Giovani quattordicenne, con sua madre Donika.

Nel XVI secolo, il simbolo più alto della fratellanza, fra popolo italiano e popolo albanese era la famiglia di Gjergj Kastriota Skanderbeg e la comunità arberesh. La famiglia di Scanderbeg, ottenne dalla corona aragonese il ducato di San Pietro in Galatina e la contea di Soleto (Lecce,), in cambio di quelli di: Monte S. Angelo e di S. Giovanni Rotondo, già concessi al padre da Ferrante I nel 1464.

Giovanni, (unico figlio di Scanderbeg), sposò Irene Paleologo, ultima discendente della famiglia imperiale di Bisanzio. I membri della famiglia Castriota Scanderbeg oggi rappresentano gli unici discendenti diretti degli ultimi imperatori di Costantinopoli.

Dalla moglie Irene, Giovanni ebbe più figli, tra cui: Costantino, giovanissimo vescovo d’Isernia, Ferdinando (Ferrante), che gli succedette nel feudo, Maria, donna singolarmente colta nelle lettere greche e latine.

Negli anni 1470-1478, intensificarono i rapporti tra il regno di Napoli e i nobili albanesi con il matrimonio tra Erina Castriota*, (pronipote di Scanderberg) e il principe Pietro Antonio Sanseverino di Bisignano in Calabria.

*Erina, l’unica figlia legittima del Duca Ferrante, nata da Adriana Acqua Viva, ereditò lo Stato paterno, dopo il suo matrimonio con il principe Pierantonio Sanseverino di Bisignano porta il ducato di Galatina e la contea di Soleto nella famiglia Sanseverese.

Ora esistono due linee della famiglia Kastriota Scanderbeg, in Italia; Una delle quali discende da Pardo e l’altra da Achille, entrambi figliano naturali del Duca Ferrante (Ferdinando, figlio di Giovanni e nipote di Scanderbeg), entrambe fanno parte da secoli della nobiltà italiana e membri del “Sovrano Militare, Ordine di Malta con prove di giustizia”.

Verso la metà dell’800, il primogenito di questa linea familiare, un altro Alessandro, si trasferì in un piccolo centro della provincia di Lecce denominato Ruffano, ove tuttora fu fissata la residenza dei Kastriota Scanderbeg di Terra d’Otranto.

Attuali rappresentanti, di questa linea familiare sono: il notaio dr. Giulio Kastriota SKanderbeg, e le nipoti ”ex fratte”, (Giorgio), Paola avvocato in Lecce, Alessandro medico a Lecce, Giulio magistrato amministrativo, e Dott. Giorgio Maria Kastriota Scanderbeg*, (barone di Fossaceca e Castelluccio), il ramo di Napoli dei discendenti.

La migrazione albanese in Italia, ha creato le comunità della diaspora che hanno influenzato fortemente la creazione della coscienza nazionale albanese e facilitato integrazione e la penetrazione culturale italiana nel mondo albanese.

Il popolo albanese, è stato ed è cosi profondamente conservatore del proprio patrimonio culturale che, così come ha conservato fino ad oggi interessanti usanze che risalgono ai tempi omerici, non ha quasi mai accolto o rielaborato le forme culturali delle genti con le quali è venuto a contatto.

L’esistenza stessa, dopo oltre 500 anni, nella minoranza albanese in Italia, di una popo¬lazione di circa trecentomila persone, sparse in 80 comuni e numerose regioni, di cui oltre l’80% parla ancora oggi correntemente l’albanese, con la sua storia, le sue tradizioni e una lingua* che come fatto sociale e naturale riesce ad esprimere una dimensione etnica: sono questi i fattori fondamentali essenziali per la sopravvivenza e l’identità di “Arbereshe ” in Italia.

*La lingua, è un bene culturale d’importanza fondamentale. Un percorso di vera conoscenza delle realtà arbëreshë parte dalla lingua, strumento identitario e di partecipazione alla storia di un territorio, per seguire tracciati che vanno dall’arte, ai canti, alla musica, alla letteratura, alla cultura materiale, ai riti e alle tradizioni di un popolo, che rappresentano una grande risorsa.

Rapporti tra Scanderbeg, il Regno di Napoli e le comunità arbereshe d’Italia, hanno radici antichissime, configurano una “triangolarità” che vive dentro un tessuto non solo territoriale e geografico ma soprattutto antropologico, linguistico, culturale ed etnico;

Il primo documento, scritto in lingua albanese, “La Formula del Battesimo”, scritta dall’arcivescovo Pal Engjëlli (anno 1462), sia stato scoperto nella biblioteca di Milano, invece la prima opera letteraria, dal titolo “Meshari” (il “Messale”), di Gjon Buzuku, che rimane l’opera fondamentale per gli studi linguistici albanesi pubblicata nel 1555, è stata trovata nella biblioteca di Vatikano.

All’inizio del XIX secolo, in ogni nazione si acuiva lo spirito d’indipendenza

L’avvio del Risorgimento del popolo albanese fu dato in Italia dal poeta arberesh Jeronim De Rada che con il suo poemetto “Milosao” incitava gli albanesi a liberare la loro Patria.

Su tale ascendente dell’Italia nei confronti dell’Albania, aveva probabilmente sofferto d’influenza dei rapporti intrattenuti già da Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, che nel 1866, in una lettera alla principessa origine albanese Elena Ghica (Dora d’Istria), riassumeva i suoi sentimenti nella frase:

«…La causa degli albanesi è la mia, sarei felice d’impiegare quanto mi rimane di vita in pro di quel prode popolo”.

Invece Una pagina poco nota, della storia degli albanesi d’Italia, è quella che si riferisce al contributo che essi diedero alle lotte risorgimentali per l’Unità d’Italia. generosa è stata partecipazione degli albanesi alle lotte per il Risorgimento italiano

Nelle brigate di Garibaldi, abbiano combattuto e versato sangue per la libertà e l’unione dell’Italia centinaia di arbëresh.

Garibaldino, era anche il poeta arberesh Vincenzo Stratigò, i quali nel far propri gli ideali unitari italiani, mai dimenticato la sua patria.

Nel 1903, nell’Italia meridionale, gli arberesh, avevano fondato un Consiglio albanese, sotto la presidenza del generale Ricciotti Garibaldi, con il programma: «L’Albania agli Albanesi».

Dopo la caduta dell’Impero Ottomano il nuovo stato albanese , divenuto finalmente indipendente nel 1912, guardò all’italia come un paese amico, da cui poter ricevere aiuto.

È riconosciuto il contributo dell’Italia per l’indipendenza dell’Albania e specialmente i suoi sforzi nella Conferenza di Londra 1912 per la creazione di uno Stato Albanese indipendente.

Purtroppo, le attese degli albanesi resteranno deluse, perché anche l’Italia, dicembre 1913, a Firenze, partecipò alla spartizione della metà del territorio albanese fra i paesi vicini, Montenegro, Serbia e Grecia, e nel 26 aprile del 1915, il governo italiano, firmò a Londra un patto segreto con Francia e Inghilterra.

Con il Patto di Londra, l’Italia ricevette la promessa di ottenere, in caso di vittoria, Trento, le città di Gorizia, Trieste e l’Istria (esclusa Fiume), Inoltre furono raggiunti accordi anche per la sovranità sul porto albanese di Valona.

La Grecia e l’Italia, anche dopoguerra, avviavano negoziati per un accordo sulle rispettive pretese territoriali nel bacino del Mediterraneo orientale e nella penisola balcanica.

Tali negoziati si finivano a Parigi il 29 luglio 1919, quando il Ministro degli Esteri, Tommaso Tittoni, firmava con il Presidente del Consiglio ellenico, Venizelos, un accordo secondo il quale:

1-il Governo italiano, s’impegnava ad assecondare davanti alla Conferenza della pace le rivendicazioni greche sulla Tracia occidentale e orientale e la richiesta di annessione dell’Albania meridionale, (governo autonomo ad Argirocastra, presieduto da Zografos, ex-ministro degli affari esteri di Grecia).

2-il Governo greco, s’impegnava a sostenere davanti alla Conferenza della pace le richieste italiane relative allo Stato albanese e di annessione di Valona. L’accordo, era evidentemente sbilanciato a sfavore dell’Albania, che era stato riconosciuto come Stato indipendente sin dal 1912, e non aveva partecipato alla prima guerra mondiale; di conseguenza, la limitazione della sua sovranità, da parte dell’Italia, produceva un altro caso di violazione del principio di nazionalità, nel settore balcanico.

L’amicizia tradizionale tra Italia e Albania cessava di colpo.

Nel maggio del 1925, l’Italia ha iniziato una penetrazione finanziaria in Albania (in cambia di concessioni di zone petrolifere e agricole), tramite un programma d’urbanizzazione, con l’apertura di gran parte degli edifici che caratterizzano ancora oggi il centro di Tirana come: palazzi ministeriali il palazzo della Presidenza, banca nazionale ecc.

Gli interessi italiani, verso l’Albania all’inizio del 900, traevano origine dalla necessità di esercitare un controllo strategico sull’Adriatico, (attraverso il possesso delle due sponde del Canale d’Otranto), ma anche dall’opportunità di servirsi della terra albanese per una penetrazione politico-economica e militare nell’area balcanica.

Mussolini, all’inizio del 1939, dopo che Hitler ebbe invaso la Cecoslovacchia, decise di procedere con l’annessione dell’Albania.

L’otto gennaio del 1939, Benito Mussolini, firmò il piano d’invasione di Conte Ciano (il genero di Musolni), e centomila uomini furono trasportati nell’Italia meridionale pronti allo sbarco.

Non doveva però sembrare un’occupazione, ma un’unione e, per poterlo fare, era necessaria innanzi tutto rendere più debole l’esercito albanese, aumentare il numero di ufficiali Italiani e realizzare centri di carattere economico politico gestiti da italiani. All’opinione pubblica italiana, fu presentata l’immagine di un’Albania dalle grandi risorse, affascinante come un bazar, ma al tempo stesso arretrata e selvaggia, bisognosa di un “fratello maggiore” (“un grande fratello”) per modernizzarsi. E così sette Aprille 1939, l’Albania fu annessa all’Italia.

Benito Mussolini, nella riunione del Gran consiglio del Fascismo, (13 aprile 1939), ha fato questa dichiarazione:

«…*L’Albania è la Boemia dei Balcani. Chi ha in mano l’Albania ha in mano la regione balcanica. L’Albania è una costante geografica dell’Italia, ci assicura il controllo dell’Adriatico. Nell’Adriatico non entra più nessuno, abbiamo allargato le sbarre del carcere del Mediterraneo».

Dopo l’invasione, l’Albania rimase formalmente un Paese indipendente, ma in una “stretta unione” con l’Italia, fu privata di ogni identità nazionale: bandiera, moneta, francobolli furono cancellati e sostituiti con altri, mentre l’insegnamento della lingua italiana diventò obbligatorio nelle scuole.

Il giorno seguente fu promulgato un decreto secondo il quale tutti i dipendenti pubblici dovevano fare atto di fedeltà di re d’Italia e ai suoi discendenti, pena la sospensione dal lavoro.

Durante il periodo della stabilizzazione del regime fascista, nel paese vi furono molte rivolte e scioperi degli operai, che richiedevano migliori salari, rivendicavano migliori condizioni di lavoro e una riduzione delle tasse.

Nel paese si stabilirono, circa centomila soldati Italiani. In seguito, oltre ai soldati già arrivati nel Paese, furono portati molti altri operai di varie specializzazioni, il quale aveva un trattamento di favore da parte delle autorità italiane, rispetto agli operai di nazionalità albanese.

Soltanto nel periodo che andò dal luglio del 1939 ai primi mesi del 1940, arrivò dall’Italia in Albania circa cento mila uomini.

I primi italiani che colonizzarono l’Albania erano famiglie di pescatori dalla Puglia, che si trasferirono nel 1918 nell’isola di Sazano di fronte a Valona, e nel 1926 il governo italiano, invió 300 coloni italiani a Kamez, vicino Tirana, allo scopo di promuovere lo sviluppo agricolo dell’area.

La maggioranza di loro erano contadini arbëreshë del meridione italiano, e dal Veneto e dalla Sicilia.

I cittadini italiani, cominciarono a insediarsi in Albania come coloni e proprietari di terreni in modo da poter gradualmente trasformare l’Albania in suolo italiano. Le risorse naturali del paese passarono sotto il controllo diretto dell’Italia.

Dopo la capitolazione dell’Italia, (l’8 settembre 1943) secondo l’accordo dell’armistizio, la IX Armata italiana, stanziata in Albania, avrebbe dovuto cessare le azioni militari e consegnare le armi alla resistenza albanese, riconosciuta ufficialmente dagli Alleati.

Renzo Dalmazio, il comandante in capo, residente a Tirana, non accettò, e ordinò alle sue truppe di arrendersi soltanto alle truppe tedesche.

La divisione “Perugia”, che si trovava ad Argirocastro, non accettò la resa, e fu annientata definitivamente a Saranda dalle truppe tedesche, fallendo cosi il piano di fuga via mare.

Invece quindici mila soldati italiani, in maggioranza della divisione “Firenze”, non accettarono di arrendersi ai nazisti. Millecinquecento di questi si aggregò all’esercito per la liberazione nazionale albanese, formando il battaglione “Antonio Gramsci”, gli altri si rifugiarono nelle zone liberate, dove il popolo albanese dimostrò grande saggezza e spirito d’ospitalità.

***

In seguito, instauratosi il regime comunista in Albania, anche il mare Adriatico, per quasi cinquant’anni, divenne un “mare di ghiaccio”, lasciando l’Albania fuori dal mondo.

Quell’epoca rappresenta la parte più oscura e amara delle relazioni tra i due Paesi perché l’Italia sembrò aver dimenticato il suo piccolo vicino.

Durante il regime comunista in Albania, gli italiani, dall’altra sponda dell’Adriatico, non sapevano niente dell’Albania poiché non arrivavano notizie e i giornalisti non potevano entrarvi.

Per gli italiani l’Albania era una terra misteriosa che ognuno poteva rappresentare come meglio credeva: emblema dei mali estremi del comunismo*, arretratezza economica, mancanza di libertà, violazione dei diritti umani, ecc.

L’indifferenza dell’Italia, durante il regime comunista in Albania, ebbe degli effetti drammatici e giocò un ruolo fatale nell’isolamento sempre più accentuato dell’Albania.

Il dittatore albanese, Enver Hoxha, per quanto riguarda l’Italia, sapeva che essa è sempre stata un canale privilegiato di contatto dell’Albania verso l’Europa, quindi verso il mondo occidentale e verso idee che avrebbero potuto minacciare il regime.

Pertanto egli si preoccupava di rappresentare l’Italia come un Paese che, dall’occupazione romana (anno 168 a.C.) in poi, avevano sempre avuto atteggiamenti aggressivi ed espansionistici nei confronti dell’Albania.

Nonostante alcuni problemi storici, come l’invasione fascista dell’Albania, questa visione del mondo è rimasta particolarmente aperta e accogliente verso l’Italia.

I Governi italiani, sin dai primi anni del dopoguerra, nella loro politica verso l’Albania, condannavano l’aggressione fascista del 7 aprile 1939, attribuendola al fascismo e considerandola solo come un fatto storico.

L’Italia, anche durante il regime comunista in Albania, ha fatto qualche tentativo di avvicinarsi con l’Albania, e concretamente:

- il trattato di pace tra Italia e Albania fu sottoscritto nel febbraio 1947 a Parigi ed entrò in vigore il 15 settembre 1947;

- nel maggio del 1949 si ripristinarono le relazioni diplomatiche nel rango della legazione, dopo continue richieste da parte italiana;

-il 2 febbraio 1954 l’Inviato Speciale e il Ministro Plenipote-nziario della Repubblica d’Italia a Tirana presentarono lettere credenziali;

- nel 1968, dopo l’uscita dell’Albania dal Trattato di Varsavia, da parte del governo italiano furono fatti dei tentativi per avvicinarsi al governo albanese;

- un certo sviluppo delle relazioni con l’Italia si vide negli anni ‘80; in questo periodo vi furono scambi di diverse delegazioni, visite di membri di governo, un incremento del volume degli scambi commerciali e culturali.

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I grandi cambiamenti, (il muro di Berlino), che nel 1989, hanno mutato la fisionomia dell’Europa Orientale creavano una forte tensione anche in Albania.

Nel febbraio 1990, una famiglia riuscì a entrare nel cortile dell’ambasciata italiana e rimase per diverse settimane in una baracca, sotto la protezione delle autorità italiane.

Nel luglio, agosto del 1990, quando il regime totalitario albanese conservava ancora la sua integrità di sistema dittatoriale comunista, (riguarda la cosiddetta “crisi delle ambasciate), più di 4000 persone, in maggioranza giovani disoccupati, occuparono diverse ambasciate occidentali e chiedono di poter emigrare.

Nell’ambasciata italiana, si rifugiarono più di ottocento albanesi, i quali, dopo intense negoziazioni con il regime di Ramiz Alia, riuscirono ad avere il permesso per imbarcarsi sui traghetti, messi a disposizione dal governo italiano, per raggiungere le coste pugliesi, terra di frontiera con l’Albania, terra ospitale e generosa.

Nell’marzo del 1991, in Italia arriveranno più di venti mila albanesi, un’imbarcazione piena di speranze e di sogni di quella gente, il cui obiettivo era approdare in un nuovo mondo per lavorare e costruire serenamente il proprio futuro, quel mondo conosciuto fino allora solo attraverso il canale televisivo, (che a causa della vicinanza geografica tra i due paesi, la televisione italiana potrebbe essere visto da qualche parte).

Quel marzo di 1991, i pugliesi reagirono con grande umanità scesero in campo per fornire aiuti alimentari e medicinali, invece nell’agosto del 1991, in Italia arriveranno più di venti mila albanesi, i quali furono rimpatriati con la forza o con l’inganno, dopo essere stati rinchiusi per molti giorni in condizioni disumane nello stadio di calcio della città di Bari.

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Senza negare il dovere di cronaca giornalistica, è evidente che la strumentalizzazione di alcuni episodi favorisce spesso una facile colpevolizzazione dello straniero.

Poco spazio viene invece dedicato alle culture dei popoli che sono venuti in Italia.

Le discriminazioni, i pregiudizi e di conseguenza l’odio razziale ha radice nella “non conoscenza”.

In un convegno a Torino, nel 2009, ho incontrato un amico italiano, Antonio, che mi diceva:

Per molti anni l’Albania ha eretto intorno a sé alti muri di cinta per separarsi dal mondo, per isolarsi, poi, quando gli albanesi, col loro coraggio e con la forza della Storia che cambiava in tutta Europa, le hanno abbattute, siamo stati noi europei, italiani e greci innanzi tutto, a tirarle di nuovo su e a isolare ancora questo Paese…”.

“… Qualche tempo fa-mi diceva Antonio–ho conosciuto un albanese, un laureato in lingua francese che lavora in Italia come cameriere.

L’uomo mi ha indicato un ristorantino dall’altra parte del marciapiede con la scritta “Pizzeria greca”, locale con un’ottima clientela ma per niente greco, e ha concluso: non ci andrebbe nessuno se si sapesse che i gestori sono albanesi!

La nostra diffidenza nei loro confronti–mi ha detto Antonio–li ha spinti per quasi vent’anni a nascondersi, addirittura a desiderare di celare la loro identità, quasi a camuffarsi”.

Chissà se è un caso, ma per qualche tempo i mass media hanno attribuito all’immigrato albanese il ruolo del cattivo.

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Ma oggi gli albanesi sono cambiati. C’è gente in Albania che amerebbe venire in Italia per visitare e per ammirare le sue bellezze artistiche e culturali; ma pur sempre desiderosa di ritornare nel proprio paese d’origine, perché, l’Albania, è un bel paese, e ha iniziato una nuova vita, una vita democratica, e sta cercando di trovare una soluzione ai problemi che la affliggono,

e l’Italia, finalmente dopo la caduta del comunismo, come presa dal rimorso per questo lungo oblio, si dimostrò assai vicina all’Albania, come uno dei partner strategici più importanti.

I primi anni della democrazia in Albania, si sono caratterizzate da un’intensiva attività dell’Italia nel campo politico-diplomatico e socio-economico, assistendo e contribuendo alle riforme istituzionali, a quelle economiche e al consolidamento dello Stato di Diritto.

Il fattore Italia, Come dimostrano i numerosi accordi di cooperazione commerciale e militare stipulati in questi ultimi anni, è d’importanza fondamentale, per lo sviluppo dell’Albania.

 Dott..Ing. Lutfi Guri

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